Visualizzazione post con etichetta Tecnica. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Tecnica. Mostra tutti i post

lunedì 31 marzo 2008

Il centrale e il muro

Siamo penso tutti d'accordo sul fatto che, nel muro, il giocatore centrale ha un ruolo importante. Visto che ultimamente mi sono ripreso in mano un pò di materiale su questo fondamentale, voglio scrivere qualche riga sui compiti e sulle scelte che competono al centrale nella preparazione e nell'esecuzione del muro.

A mio parere, il primo compito che si deve assumere il centrale è l'osservazione del sistema di cambio palla avversario e la conseguentemente scelta del sistema tattico di muro da adottare. Questo vuol dire praticamente: individuare gli attaccanti avversari, in particolare quello principale; decidere se murare in lettura o ad opzione; comunicare le proprie scelte ai compagni a muro e in difesa. A questo punto, nel caso decida di leggere le scelte dell'alzatore, la priorità è ovviamente anticiparle più possibile in modo da arrivare a chiudere lo spazio con il compagno laterale, che ha il compito di decidere dove e quando saltare, spesso comunicandolo in precedenza ai compagni. Nel caso invece che opti per l'opzione dovrà concentrarsi sull'osservazione attenta dei movimenti preparatori del centrale avversario, in modo da poterlo anticipare e trovarsi nel posto e col tempo giusto per effettuare un buon muro. Talvolta, ad alti livelli, in caso di opzione il centrale può comunicare precedentemente alla difesa anche altre informazioni, come la zona del campo che intende chiudere con la sua opzione, l'orientamento del piano di rimbalzo, ecc.

Ovviamente le scelte del centrale devono essere inquadrate in un sistema battuta-muro-difesa più ampio e indicato dall'allenatore. Ma come allenare il nostro centro a fare queste scelte? Credo che gli esercizi globali siano molto adatti a replicare situazioni di gioco con tante variabili come il muro, magari preceduti da qualche seduta di esercizi sintetici in cui l'allenatore chiarisce le sue idee agli atleti, almeno nelle situazioni-tipo principali. Non dimentichiamo però che prima di introdurre discorsi evoluti sui sistemi di muro il nostri giocatori devono aver consolidato una buona tecnica sia nel muro individuale che collettivo.

martedì 9 ottobre 2007

Gli errori sono tutti uguali?

Una cosa di cui non si parla tanto è l'impatto degli errori, nostri e dell'avversario, sull'andamento della gara e sul rendimento dei singoli giocatori. Eppure chi ha lavorato un pò con gli scout sà che con l'abbassarsi del livello tecnico cresce l'influenza degli errori sul punteggio; spesso anche in incontri di alto livello gli errori sono la causa principale dei punti.
Ragionandoci un pò su, direi che esistono almeno tre tipi di errori:
1) Errori "non procurati" dall'avversario: Sono gli errori la cui responsabilità è dovuta alla cattiva esecuzione tecnica di un'azione di gioco, senza che l'avversario abbia fatto nulla per metterci in difficoltà. Non sempre sono attribuibili ad un singolo giocatore. Un esempio può essere l'attacco in rete dopo una buona alzata, oppure un bagher di appoggio sbagliato, ecc.
2) Errori "indotti" dall'avversario: In questo caso sono gli avversari che, con il loro attacco, il loro muro o la loro battuta inducono all'errore la nostra squadra. Esempi? Un giocatore a muro che abbocca ad una finta, o anche un difensore ben piazzato che viene colpito da una schiacciata avversaria senza riuscire a controllare la difesa.
3) Errori "tattici". Sono tutti quegli errori dovuti alla cattiva esecuzione dei compiti tattici e di organizzazione di gioco. Non sempre hanno come conseguenza il punto per l'avversario, ma più spesso sono causa delle due categorie di errori precedentemente descritte. Un esempio può essere l'errato piazzamento difensivo o un incomprensione tra alzatore e attaccante.

L'abilità di un allenatore nella correzione degli errori sta spesso proprio in questo processo: Capire l'errore, individuarne la causa, scegliere le esercitazioni corrette per eliminarlo. Ovviamente non è facile, soprattutto se a ciò si aggiunge la diversa "sensibilità" all'errore tra gli atleti e gli allenatori. Ho notato, e qui mi piacerebbe sapere se è così anche per voi, che gli atleti considerano errori "importanti" solo quelli non procurati, i più evidenti e i primi che ho descritto. Gli altri due tipi di errore spesso non li considerano veri e propri errori, e il ricorso all'alibi è ancora più evidente (l'avversario ha schiacciato troppo forte, non mi sono messo là perchè..., eccetera).
Trovo sempre molta difficoltà nel far capire all'atleta che è un errore grave anche un piazzamento sbagliato, una disattenzione, il non controllare una palla che ci colpisce, e così via. Capita anche a voi?

Un ultima cosa, che probabilmente meriterà un prossimo post: Mi capita spesso di intervenire su atleti che, per paura di fare un certo errore, ne fanno di più gravi. L'esempio che mi viene in mente è il giocatore che pur di non rischiare di venire murato attacca su traiettorie improbabili schiacciando in rete o fuori. E' evidente che ciò avviene perchè nella sua sensibilità l'essere murati è più grave di schiacciare fuori o in rete (per me ovviamente è il contrario). Ma come dicevo di questo parlerò meglio in un prossimo post.

giovedì 19 luglio 2007

La rincorsa di zona 2 nel femminile

Allenando nel femminile da tanti anni, una delle cose che vedo variare di più tra le diverse squadre sono le traiettorie di rincorsa, in particolare quando si attacca da zona due. Ogni giocatrice ha la sua traiettoria preferita, più o meno angolata, dall'interno o dall'esterno del campo. Mi sembra che nel maschile le traiettorie siano più standardizzate, raramente si vede un opposto rincorrere partendo da dentro il campo. Così mi sono posto qualche interrogativo sul perchè c'è tanta varietà di rincorse nel femminile di medio-basso livello, e di conseguenza quali sono i pro e i contro delle varie tecniche.

Piazzamento del muro avversario a parte, in teoria se si và a colpire una alzata alta, con palla che scende quindi quasi verticale, la direzione di rincorsa più generale dovrebbe essere quella che consente all'attaccante di indirizzare il pallone con facilità in tutte le direzioni. Cioè una rincorsa leggermente dall'esterno del campo verso il palleggiatore, che consenta di indirizzare il pallone sia in diagonale stretta che in lungolinea con un semplice movimento di intra o extra rotazione della spalla.

Il discorso cambia ovviamente quando l'alzatore abbassa la parabola del pallone, aumentando così la componente orizzontale della traiettoria a discapito di quella verticale. In pratica quando l'alzata diviene più "tesa". In questo caso l'angolo fra la traiettoria della rincorsa e quella dell'alzata deve aumentare, l'attaccante deve cioè cercare di andare "incontro" alla palla che arriva. Questo perchè il punto di impatto con la palla sulla linea della rete non è facilmente determinabile all'inizio della rincorsa, in quanto varia anche sull'orizzontale. Inoltre una rincorsa molto angolata consente di mantenere il pallone in arrivo dall'alzatore nel campo visivo dell'attaccante.
Un altra discriminante è sicuramente la mano con cui l'attaccante colpisce il pallone. Un giocatore mancino ha maggiore facilità nel eseguire la rincorsa in zona due con angoli maggiori rispetto a un destro. Naturalmente il discorso si inverte in zona quattro.

In base a queste considerazioni, non riesco comunque a spiegarmi come mai si continuano a vedere giocatrici di medio-basso livello rincorrere da zona due partendo, su secondi e terzi tempi d'alzata, dall'interno del campo. A mio parere non ci sono motivi tecnici che giustificano questa scelta. L'unica spiegazione che riesco a darmi è che, essendo l'attacco da posto due molto trascurato rispetto al settore maschile, molte giocatrici a cui non è stata specificatamente insegnata una rincorsa diversa per la zona due hanno "riadattato" la rincorsa che usavano in zona quattro, cosa che però, al crescere del livello e con l'abbassarsi delle traiettorie d'alzata, può a mio parere creargli non poche difficoltà.

martedì 10 luglio 2007

Esercizi su internet

Sicuramente chi legge questo blog conosce internet, e quindi probabilmente ha già visto e usato qualcuno dei servizi di condivisione gratuita dei video, Per intenderci siti come YouTube, Google Video, Yahoo! Video, eccetera.

Quello che volevo far notare è la quantità di materiale utile a noi allenatori che sta iniziando a circolare su questi siti. Da quando le telecamere hanno iniziato ad avere un prezzo accessibile io ho sempre cercato di usare il video per osservare meglio i movimenti dei miei atleti, non solo in gara. Ora però molti allenatori stanno iniziando a mettere i video ripresi durante gli allenamenti in cui si possono vedere le esercitazioni proposte. Tanto per intenderci vi posto alcuni link per mostrarvi un esempio di quello che si può trovare:

http://it.youtube.com/watch?v=kxXN9a9NWts
http://it.youtube.com/watch?v=UNZpv_W3ci8
http://it.youtube.com/watch?v=W__NBLgk2yI
http://it.youtube.com/watch?v=lFwltz8xAgE

Osservare gli esercizi che usano gli altri, anche se spesso possono sembrare simili o identici a quelli che usiamo abitualmente, è fondamentale per interrogarci sui motivi per cui quell'allenatore propone quell'esercitazione o richiede che un certo movimento sia eseguito in una determinata maniera. Possiamo essere d'accordo o no con quello che vediamo, ma si notano tanti particolari che potrebbero aiutarci a migliorare anche le nostre esercitazioni.

Quando ho iniziato a far l'allenatore, nell'ormai lontano 1983 (sigh... che vecchio), era un sogno impossibile pensare di assistere all'allenamento di una squadra di college statunitense o di una serie A polacca. Oggi internet ci mette a disposizione, gratis, questa possibilità... e se vogliamo, come ho fatto io in un caso, si può anche scrivere all'autore del video per chiedergli qualche chiarimento... Sarebbe da pazzi non sfruttare queste incredibili possibilità, non trovate?

domenica 8 luglio 2007

Allenare i "riflessi"?

Vagando tra i forum ed i blog di volley che leggo saltuariamente, mi sono imbattuto in una domanda, postata probabilmente da un giocatore che ha il ruolo di libero, che mi ha interessato molto: E' possibile allenare i riflessi? Mamma mia, ho pensato, bella domanda... così ci ho ragionato un pò su, tanto per cercare di chiarirmi le idee e provare ad arrivare ad una risposta plausibile. Vi riporto il risultato di questo "brainstorming":

Per iniziare, a mio parere, quando genericamente parliamo di "riflessi" probabilmente intendiamo un insieme di almeno quattro attività, consecutive ma distinte, che il nostro organismo compie dal momento in cui avviene l'evento al quale dobbiamo reagire fino a quando iniziamo a muoverci, e cioè:
1) osservazione e valutazione dell'evento
2) scelta della corretta risposta motoria;
3) trasmissione dell'impulso nervoso dal cervello al sistema motorio (muscoli);
4) attivazione delle fibre muscolari interessate e conseguente inizio del movimento.
Il problema è come intervenire per migliorare la rapidità e l'efficenza di questo processo.

Iniziamo dalla fase 1: credo che per migliorarla si deve lavorare sull'attenzione e la concentrazione. L'atleta deve allenarsi a riconoscere e concentrare l'attenzione sui particolari che possono influire sull'azione, cercando di escludere tutto il resto. Inoltre è importantente aumentare al massimo la volitività, creare in pratica una forma mentale che sia "aggressiva" verso il pallone.

La fase 2 è a mio parere la fase più importante, su cui tutti gli allenatori dovrebbero lavorare molto, in particolare coi giovani. Troppo spesso infatti l'errore viene fuori non tanto da una lentezza nell'intervento, ma a causa di una scelta errata della tecnica da usare. Noi allenatori ci preoccupiamo giustamente di far acquisire ai nostri atleti le diverse tecniche, ma trascuriamo spesso di insegnare a scegliere tra queste tecniche, delegando al tempo e all'esperienza dell'atleta la scelta tra le diverse opzioni del suo bagaglio tecnico.

La fase 3 è forse quella meno allenabile in modo specifico, anche perchè tutto avviene in tempi nell'ordine dei millisecondi, perciò un miglioramento in questa fase non credo consentirebbe miglioramenti sostanziali sull'azione complessiva.

La fase 4 è la parte "muscolare" della reazione, perciò è allenabile lavorando sulla capacità dei muscoli a contrarsi rapidamente... ci sono intere bibliografie sull'argomento, perciò non vi tedio discutendo di reattività e forza "esplosiva".

Per concludere, credo che se lavoriamo bene sulle fasi 1,2 e 4, la somma dei miglioramenti porterà ad un incremento sostanziale della velocità di reazione ed intervento... insomma, diciamo dei "riflessi". Se poi qualcuno di voi ha proposte di attività o altre esperienze in merito fatemele sapere, perchè l'argomento mi interessa molto.

mercoledì 30 maggio 2007

Sullo "stacco" nelle giovanili femminili.

Domenica a Cabras, durante un'interessante lezione di Marco Mencarelli, si è parlato, tra l'altro, di tempi di contatto del piede, forza e reattività nel salto. Un concetto che ha espresso mi ha colpito molto, anche perchè ho riscontrato spesso in palestra situazioni simili. Vorrei esporlo, così mi dite cosa ne pensate.

Si parlava della fascia U14 femminile (12-14 anni) e il nostro relatore ci ha fatto notare che a quell'età, in particolare nelle ragazze, la forza è praticamente pari a zero. Perciò se noi chiediamo ad una atleta di saltare al massimo lei tenderà ad usare l'unico "mezzo" che possiede per ottenere il risultato, e cioè la reattività del sistema caviglia-piede. Io in palestra questo l'ho sempre riscontrato. Chi ha poca forza muscolare a disposizione tende d'istinto ad arrivare allo stacco con le punte dei piedi, spesso senza poggiare i talloni e piegando relativamente poco il ginocchio, riducendo quindi al minimo il tempo di contatto al suolo e sfruttando al massimo la rapidità nell'azione del piede.

Se decido di correggere il movimento, per esempio chiedendo all'atleta di fare movimenti del tipo "tacco-punta" (vedi figura), di "caricare" maggiormente aumentando l'angolo al ginocchio, eccetera, sto praticamente chiedendo alla ragazza di ridurre l'uso reattivo delle gambe a favore della componente forza, col risultato che l'atleta si "pianta" al termine della rincorsa, saltando meno di prima perchè la sua forza non è ancora sviluppata abbastanza per consentirgli di andare in alto.

Il consiglio di Marco è stato quindi di non modificare il movimento di stacco, ma di richiedere all'atleta solo di saltare al massimo, accertandosi però che i passi della rincorsa siano nella sequenza corretta.

A questo punto mi è sorto un dubbio: Ma se io non modifico il movimento di stacco, quando queste atlete tra qualche anno inizieraranno a sviluppare la forza, dovrò agire sul movimento con qualche modifica?

Gli ho posto proprio questa domanda, e lui mi ha risposto che nella sua esperienza non c'è solitamente bisogno di correzioni specifiche in età sucessive, ma che l'atleta tende a modificare il movimento autonomamente quando inizia ad avere a disposizione maggiore forza muscolare, affiancandola alla reattività e sfruttando quindi entrambe secondo le proprie caratteristiche.

A noi allenatori rimane il compito di essere supervisori attenti di questo processo.

giovedì 24 maggio 2007

Due parole sulla "fast".

Sabato conversavo con un collega allenatore riguardo alle differenze tra le tecniche d'attacco nel maschile e nel femminile. Ovviamente il discorso è finito sull'attacco con stacco ad un piede, forse la più evidente tra le tante variazioni tecniche riscontrabili, visto che nel maschile è praticamente inesitente.
Mi sono tra l'altro accorto che spesso chi lavora con i maschi è praticamente digiuno anche dei concetti base di questa tecnica, perciò ho pensato di spenderci sù due parole, visto che mi è capitano spesso di dover lavorare in palestra, anche partendo da zero, sullo sviluppo di questo tipo di colpo.

Intanto un accenno alle tecniche. In genere gli attacchi portati da dietro il palleggiatore con stacco a un piede sono di tre tipi: uno appena dietro l'alzatore, uno ad un metro e mezzo circa dal palleggiatore e uno molto vicino all'asta.
Tutti sono considerati come attacchi di primo tempo, anche se il tempo tra il tocco del palleggiatore e lo stacco dell'attaccante è ovviamente diverso. Nel primo caso, quello subito dietro l'alzatore (spesso chiamato "2"), l'azione è molto rapida e viene solitamente eseguita con un tempo lievemente ritardato rispetto al primo tempo davanti al palleggiatore. Il secondo tipo (chiamato abitualmente "B") è un poco più ritardato ma praticamente il tempo è lo stesso mentre il terzo, quello vicino all'asta che ormai tutti chiamano “fast”, può avere tempi diversi, a seconda delle caratteristiche della palleggiatrice e della schiacciatrice. Spesso la rincorsa differisce molto tra le giocatrici, ma il movimento conclusivo dell’attaccante ricorda molto da vicino quello del terzo tempo nel basket.

I problemi principali che un allenatore deve affrontare nell'insegnare a un attaccante questi tipi di attacco sono molti, ma io ho riscontrato che tre di questi sono molto importanti per la riuscita dell'azione, e precisamente:
- La spinta nel salto è fortemente asimetrica e principalmente supportata dalla gamba sinistra, il che inizialmente implica non poche difficoltà per chi abitualmente stacca "destro-sinistro" (cioè quasi tutti, visto che questo tipo di attacco è praticamente precluso ai mancini).
- Il braccio deve essere sempre alto e pronto a colpire la palla, in particolare per la "2" e la" B". Ciò implica un rapido "caricamento" del braccio e comunque il gomito tenuto in alto.
- In particolare la ricaduta deve essere molto curata, sia perchè comporta forti componenti di torsione a carico delle articolazioni della gamba, sia perchè deve consentire al giocatore di rientrare nella sua posizione di muro il più rapidamente possibile.

Inoltre, il palleggiatore ha un compito molto difficile, cioè quello di "nascondere" al centrale avversario la propria scelta e contemporaneamente garantire la corretta traiettoria e velocità dell'alzata. In questo modo si può sfruttare il più grande vantaggio di questi tipi di attacchi: il poter colpire su uno tratto di rete molto ampio, non consentendo quindi al muro di leggere preventivamente il probabile punto del colpo.

Questi colpi hanno creato degli sviluppi tattici molto interessanti nei sistemi di attacco, e parallelamente lo sviluppo di una adeguata tattica muro-difesa. Ma forse è meglio proseguire il discorso in un prossimo post. Ciao.

lunedì 30 aprile 2007

Finalità del muro

Domenica scorsa eravamo in palestra con Luigi Schiavon. Si è parlato del muro nelle categorie Under maschili e d’organizzazione dei settori giovanili. Una giornata interessante, in cui abbiamo rivisitato tanti argomenti importanti, spesso accantonati e dimenticati nei più remoti angoli della nostra memoria. Rispolverare queste cose non può che farci bene.

Avevo sentito Schiavon altre volte, e mi ha confermato la buona impressione che mi ero fatto in precedenza. Mi è sembrato in particolare molto utile ribadire scopo e tattica del muro, perchè spesso in palestra ci dimentichiamo che il fine ultimo dell’insegnamento della tecnica è l’efficacia tattica, e non la correttezza formale dell’esecuzione.

Mi è piaciuto in particolare come ha ribadito gli scopi principali del muro, e cioè:
1) - Inibire alcune traiettorie, ribattendole nel campo avversario.
2) - Rallentare la velocità di altre traiettorie per facilitarne la difesa.
3) - Essere punto di riferimento per il piazzamento dei difensori.

Come vedete non ha inserito tra gli scopi del muro quello di “fare punto”, cosa con cui concordo. Infatti, nonostante il muro rappresenti sicuramente una grande fonte di punti, anche a mio parere il punto diretto non è uno dei suoi fini primari. Più che uno scopo, il punto diretto a muro è una componente tattica importante nell’economia della squadra. Successivamente infatti, parlando degli aspetti tattici del muro, ha detto che:
- è una importante fonte diretta di punti;
- è un punto di riferimento essenziale nella organizzazione della fase difesa-contrattacco;
- un arma di pressione sull’attacco avversario;

Penso che questi siano degli spunti importanti su cui riflettere, indipendentemente che si sia d’accordo o no. L’insegnamento della tecnica non può prescindere da un analisi accurata degli scopi e degli obiettivi tattici a cui si vuole arrivare. E questo vale per tutto… non solo per il muro.

Grazie mille a Luigi e al C.R. che ci ha permesso di incontrarlo.

venerdì 13 aprile 2007

Allenare la ricezione

Diciamo la verità, quante volte da atleti entrando in palestra e sentendo gli entusiastici annunci del coach “oggi facciamo Ricezione” siamo stati presi da sindromi depressive fulminanti o da crisi di rigetto convulsive per il bagher o peggio da forme di pentimento generalizzate per aver preferito la pallavolo al “banging jumping”. O ancora, da allenatori ci sarà capitato qualche volta di scervellarci per cercare delle soluzioni che rendessero il meno tedioso possibile questo “male necessario”.
D’altra parte è noto a tutti come mano a mano che si scenda di categoria diventi sempre più importante la fase ricezione punto rispetto alla fase break (secondo la collaudata filosofia del “tenere il cambio palla” aspettando il prima o poi inevitabile errore avversario), per cui nell’ipotesi di un programma di lavoro inquadrato nell’ambito di un campionato seniores di medio basso livello (serie D o C) che preveda 3 sedute settimanali da 2 o 2,5 ore, una seduta almeno, se non qualcosa in più, va dedicata ad allenamenti specifici su questo fondamentale.
Mi permetto allora di fare qualche piccola considerazione, sulla base della mia esperienza diretta di ricevitore che ha “subito” migliaia di allenamenti sulla ricezione.
Anzitutto quali sono i principali problemi da risolvere quando si affronta un allenamento contenente esercizi analitici o analitico-sintetici su battuta e ricezione? - Beh io ne ho individuato più di un paio:
1) La ricezione in sé è una situazione intrinsecamente frustrante se non è in qualche modo collegata all’attacco, in maniera tale che si possano sfogare i momenti di scarsa efficienza in ricezione con schiacciate vincenti. In altre parole, soprattutto a livello giovanile, un atleta in un esercizio in cui debba ricevere e basta, difficilmente garantirà continuità di concentrazione per più di 10 min: ad ogni ricezione sbagliata o imprecisa si avrà un abbassamento dell’autostima che non può essere eventualmente compensato da successiva azione d’attacco positiva, al diminuire dell’autostima diminuisce la concentrazione e conseguentemente decadono le prestazioni, secondo il più classico dei processi a catena.
2) La gestione dell’errore in battuta che può produrre delle cadute di ritmo esasperanti in un esercizio di battuta e ricezione: immaginiamo il caso non infrequente di 2 o 3 errori consecutivi al servizio, che da un lato dobbiamo aspettarci quando chiediamo di forzare il servizio per allenare la ricezione.
3) Generalmente durante gli esercizi di ricezione gli atleti direttamente coinvolti sono pochi (2 o 3 ricevitori ed eventualmente 1 o 2 giocatori a palleggiare) per cui per il resto del gruppo si prospetta la giacenza presso una o due file e l’aspettativa di una battuta mediamente ogni minuto e mezzo. Morale i giocatori si raffreddano, sempre che si siano mai riscaldati, cominciano a fare salotto tra una battuta e l’altra, la concentrazione diminuisce, per cui aumentano le probabilità di errore al servizio accelerando così il processo a catena descritto in precedenza.
Sulla base di quanto scritto sopra io limiterei al massimo o eviterei accuratamente esercizi del tipo “ tutti a battere da una parte e 2 o 3 a ricevere". Potrebbe invece essere preferibile una progressione di riscaldamento che preveda il campo diviso longitudinalmente e due gruppi che attuano un circuito dove a turno possano lanciare (battere quando caldi), ricevere, alzare, appoggiare (attaccare quando caldi), difendere.
Oppure se proprio vogliamo far solo ricevere potremmo mettere i 2 ricevitori nella Z5 di ciascuna metà campo (oppure Z1) e far ruotare i battitori da un campo all’altro dopo il servizio. Forse però l’esercizio di riscaldamento più efficace è il lavoro a terzetti disposti perpendicolarmente alla rete con 2 palloni in cui uno batte, uno riceve, ed uno passa i palloni sottorete. Nel sintetico/globale di ricezione attacco forse è utile lavorare in una configurazione tre contro tre o quattro contro quattro in cui si riceve solo da una parte (magari cambiando i ricettori a seconda della rotazione che si vuole allenare) e dall’altra parte si entra ed esce a coppie. Infine un’ultima proposta di esercizio che ho visto fare in squadre di alto livello dove (beati loro) adottano riscaldamenti differenziati per ruolo: un canestro mobile appoggiato al muro, un ricevitore che riceve, cercando il canestro, il rimbalzo sul muro della battuta da parte di un Trainer (il tocco del muro dopo la ricezione simula il passaggio della palla dall’altra parte del campo ed equivale ad un errore).

mercoledì 11 aprile 2007

Gli adulti e la tecnica individuale

Visto che a Pasqua ho avuto un pò di tempo libero, ne ho approfittato per riordinare degli appunti di corsi che avevo a casa. Scartabellandoli mi sono accorto che tutto il materiale che ho sulla tecnica individuale riguarda solo i settori giovanili. Mi sono chiesto il perché... e ho trovato un po’ di motivi possibili:
-1- Forse coi grandi è inutile lavorare sulla tecnica individuale?
-2- Forse agli atleti maturi non importa più affinare la loro tecnica?
-3- Forse la tecnica si insegna allo stesso modo ai giovani e agli adulti?
-4- Forse alla federazione non interessano gli adulti non già tecnicamente forti?

Alle prime tre domande risponderei in generale NO, con qualche dubbio sulla seconda; Per l’ultima la risposta a mio parere è SI. Ciò è anche ovvio, la federvolley è sempre troppo concentrata sulla prospettiva delle nazionali, perciò tende a trascurare tutto ciò che non è finalizzato alla creazione di atleti di altissimo livello. Del resto se l’aggiornamento degli allenatori lo organizzasse la lega volley, vedremmo sicuramente molti più corsi sull’allenamento degli adulti, sulla gestione degli stranieri, sulla tattica di squadra e sul coaching... Ognuno giustamente tira l’acqua al suo mulino, e finchè l’aggiornamento sarà restito dalla federazione, rassegnamoci a vedere trascurati gli aspetti relativi agli atleti evoluti.
Ma non è di questo che volevo parlare.

Io credo che la tecnica si possa (e si debba) imparare o migliorare ad ogni età. Ovviamente risulta più complicata la correzione di un gesto, quindi la modifica di uno schema motorio già acquisito, piuttosto che l’insegnamento di una tecnica nuova. Gli adulti sono perciò svantaggiati, rispetto ai giovani, perché portano con se un bagaglio motorio più ampio e radicato nel tempo. La modifica dei gesti implica perciò negli atleti evoluti una forte componente motivazionale, senza la quale è molto difficile raggiungere dei risultati.
Convinto come sono che senza buone tecniche individuali è praticamente impossibile impostare valide tattiche di gara, sia individuali che di squadra, passo molto tempo a lavorare sulla motivazione dell’apprendimento tecnico dei miei atleti adulti, a mio parere la vera discriminante rispetto all’insegnamento della tecnica nei giovani. I ragazzi sono quasi sempre motivati ad apprendere e a modificare la tecnica, gli adulti un po’ meno (e qui torniamo sul secondo motivo tra quelli elencati prima). Più che altro i “grandi” vanno convinti dei motivi per cui è meglio, per loro, modificare un gesto che spesso ritengono già abbastanza efficace. Se si riesce a convincerli di ciò e superare quindi questa fase ho notato che, almeno per la mia esperienza, sono ricettivi e rapidi nell’apprendimento quasi quanto i giovani (talvolta anche di più). Credo perciò che con gli atleti maturi la vera sfida di un allenatore sia non tanto come insegnare o modificare un gesto, ma convincere l’atleta che lavorare su quel gesto sia utile e possa dargli qualcosa in più come giocatore. Convincerlo cioè che non è un atleta “arrivato”.

Concludo ricordando una frase di un mio vecchio allenatore, che amo ripetere ai miei atleti più presuntuosi: “Il giorno che crederai di saper giocare a pallavolo, avrai smesso di imparare”. E non vale solo per il Volley, non vi pare?

mercoledì 21 marzo 2007

Sempre su correlazione muro-difesa...

Stefano mi ha mandato il suo parere sull'argomento che vi posto subito:
"Credo che la correlazione muro-difesa sia l’argomento più affascinante e più complicato della pallavolo e anche io modestamente vorrei esprimere qualche concetto, partendo dall’esperienza sul campo e dalla ricerca successiva del perché.
Un po’ a tutti è capitato di trovarsi di fronte a risposte del tipo:"Ma io l’anno scorso difendevo qui, lì un po’ più avanti un po’ più indietro" (specificando le coordinate precise al cm). Onestamente certe cose mi hanno sempre mandato in bestia, soprattutto perché non è semplice far capire, e qui mi trovo d’accordo con Andrea, che non esistono posizioni preordinate al cm.
E se mi permettete, e lo affermo senza un’accurata analisi, nelle categorie inferiori questo è un grosso problema forse anche più che in quelle categorie dove la tecnica non è o non dovrebbe essere un problema.
Mi spiego meglio, come si può stabilire una posizione di difesa così rigida, quando ci troviamo di fronte ad un palleggiatore avversario che palleggia una volta giusto una volta corto una volta più lungo, una volta attaccato un’altra volta più staccato, oppure quando il muro sbaglia la sua posizione per opporsi all’attacco lasciando praterie di campo scoperte. Bisogna saper leggere…
Quando mi sono trovato di fronte a giocatori e giocatrici che avevano saltato tutte le tappe dal minivolley ai campionati giovanili, devo affermare che il fallimento è stato spesso frustrante, probabilmente perché avevano bruciato tutte le fasi sensibili per sviluppare le capacità percettive indispensabili per una buona lettura.
Ma allora in questi casi cosa possiamo fare? Personalmente credo che ci sia ben poco e credo che sviluppare le capacità coordinative in un atleta non più giovane e quasi sempre una perdita di tempo.
Sarà un singolo caso, ma rinforza questo concetto, l’esempio di un mio centrale che ha praticato la pallavolo fino all’età di 17 anni, ha fatto una pausa di circa 9 anni per riprendere a giocare alla tenera età di 26 anni. Questa ragazza riesce a fare quegli aggiustamenti indispensabili per disporsi sempre ( sto esagerando) sulla traiettoria della palla per la difesa. Guarda caso non ha la stessa attitudine, quando si trova a dover leggere per il muro. La difesa l' ha sviluppata principalmente in età sensibile, il muro, quando la capacità d’apprendimento motorio è più rigida (Andrea sicuramente avrà capito di chi sto parlando). Bisogna saper leggere e aggiustare
La pallavolo è uno sport d’anticipo, ma devo affermare che probabilmente questa teoria e stata male interpretata da molti allenatori. Prima si deve leggere e poi fare l’aggiustamento, che deve avvenire prima del contatto della palla dalla mano dell’attaccante. Questo è un altro problema che ho trovato in troppe ragazze, e in una categoria come la C e troppo grave. Ho sempre proposto con i giovani esercizi che puntavano a migliorare questa capacità ( io gli chiamavo 1-2-3 stella), perché voglio che il mio atleta fermi di colpo il suo movimento aspettando che lo schiacciatore colpisca la palla, Quando toccano la palla voglio che si muovano verso la palla e non che stiano andando in posizione di difesa.
Ho avuto risposte del tipo: ho pensato ad una palletta e volevo anticipare lo spostamento difensivo per recuperare la palla. Questo non è anticipo è incoscienza pura.
Quindi come puoi vedere non sei l’unico a pensare che bisogna insegnare a leggere , e non bisogna farlo con interminabili e pallose ore di teoria, ma con situazioni di esercizio che mirino allo sviluppo della funzione percettiva.
Per terminare ma ci sarebbe ancora tanto da aggiungere, dovrebbe essere nella coscienza di ogni allenatore che lavora nelle categorie giovanili quello di sviluppare alcuni elementi fondamentali della coordinazione ( tempo di reazione, equilibrio, orientamento, dissociazione, ritmo e scelta di tempo, differenziazione ecc.), perché altrimenti ci rimane solo una strada: dare le coordinate della cosiddetta posizione finale di difesa."
Grazie del contributo Ste, a presto.

martedì 20 marzo 2007

La cura dei particolari.

Avete mai visto una partita di golf? Avete visto con quanta meticolosità i giocatori si preparano al colpo? La mano un centimetro giù, la punta del piede un pò più a sinistra, la gambe un pochino meno flesse... anche per il colpo più semplice, l'attenzione e la cura del particolare è maniacale. Ed è ovvio che sia così: Dove è necessaria la precisione, i particolari fanno la differenza.
Nel volley succede lo stesso. Vi siete mai chiesti la differenza che passa tra un mano-fuori e un muro in campo? ve lo dico io: talvolta bastano le mani 5 cm più a lato, o un polso un pochino più rigido... insomma un inezia.
E tra una ricezione perfetta e una dall'altra parte del campo (per capirci, un "rigore" per l'avversario)? Sono sufficienti un paio di gradi di differenza nell'inclinazione del piano di rimbalzo, o una spalla un pò più in basso.
La cura del particolare nel volley è fondamentale; con una differenza rispetto ad altre discipline: Abbiamo pochi istanti per agire.
Per ottenere percentuali alte in quasi tutti i fondamentali della pallavolo è necessario affinare la tecnica in modo maniacale. Una mano messa meglio, un piede ben piazzato, la giusta tensione muscolare nell'esecuzione di un colpo può darci quei due punti in più in un set che ci fanno chiudere 25 a 23 per noi e non per gli avversari.
Ci avevate mai pensato?

lunedì 12 marzo 2007

Correlazione Muro-Difesa nelle giovanili

Vorrei sfatare un mito che, a mio parere, abbiamo noi allenatori: la correlazione muro-difesa (anche se io preferisco definirla "attacco avversario-muro-difesa") NON è "roba da alto livello". Esiste - e và insegnata - da quando si inizia a insegnare il muro cioè, almeno per me, dall'Under 14.
Qualcuno mi darà del pazzo, ma mi scontro ogni anno con giovani atleti che, alla domanda "tu come difendevi l'anno scorso?" mi rispondono cose del tipo: "qui e là" e mi indicano 3 punti nel campo; uno per il primo tempo, uno per l'attacco da 2 e uno per quello da 4 (quando non coincidono, sigh!). Vi giuro che, quando qualcuno mi dice che la sua posizione aveva una qualche relazione col muro o col pallone - cose semplici, intendiamoci - del tipo "mi metto fuori dal muro" oppure "se attacca fuori asta vado un pò più in diagonale", mi commuovo e gli chiedo chi era il suo allenatore sognando di stringergli la mano.
A mio parere la posizione di difesa non è mai una posizione prederminata, neanche per i bambini che si avviano al volley. Mentre sta imparando il bagher il ragazzo può e deve già capire come muoversi secondo una lettura, ovviamente molto semplificata, di quello che accade nel suo campo e in quello avversario, anche acchiappando il pallone o colpendolo di testa. Ci si riempie la bocca dicendo che la pallavolo è uno sport di situazione e poi non si insegna la lettura del gioco, la valutazione delle traiettorie, l'adeguamento a ciò che accade.
Non voglio criticare nessuno, ma solo far aprire gli occhi su questo problema: Vedo troppo spesso insegnare l'opzione nelle giovanili ("mettiti qui", "mura a filo asta", "parti dalla linea", ecc.) trascurando di aggiungere le condizioni di lettura, del tipo "mettiti qui se la palla è staccata" o "difendi qua se il muro è in ritardo". Per me è importante insegnare subito a leggere le situazioni ed adattarsi ad esse, sia a muro che in difesa (e non solo). Il lavoro ad opzione può essere insegnato anche più tardi. E non ditemi per favore che i ragazzi non capiscono o che non ci riescono. Vi garantisco , per esperienza personale, che è più facile insegnare a leggere il gioco e ad agire di conseguenza ad un ragazzo di 14 anni che ad un'adulto. Provate anche voi se non ci credete. :o)