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lunedì 15 novembre 2010

Filosofia e pallavolo

Domenica giornatona di volley a Cabras: corso allenatori la mattina e finali del Round Robin di Lega Femminile tra, in ordine di classifica finale, Spes Conegliano, Norda Foppapedretti Bergamo, Yamamay Busto Arsizio e Riso Scotti Pavia.

Sulle partite non tanto da dire. Sicuramente è stato bello vedere queste fantastiche atlete sfidarsi stando seduti praticamente a livello campo, anche se le tante assenze, distribuite più o meno in tutte le formazioni, delle stelle italiane e straniere impegnate ai mondiali in giappone ha inciso sicuramente sugli equilibri di gioco. Non ha aiutato poi la scelta del campo di gioco, ottimo per la visuale ma scomodo per gli spettatori, sicucuramente insufficiente ad ospitare partite di questo livello, con pochi spazi di manovra per le squadre. Non ho contato quante belle difese sono terminate sulle travi del soffitto o in tribuna. Complimenti comunque alla società Gymland che ha ospitato e organizzato l'evento, alla sua seconda edizione, insieme al comitato FIPAV di Oristano.

Ma ciò di cui voglio raccontare riguarda il corso della mattina, in cui ho avuto la possibilità di sentir parlare l'allenatore della Spes Conegliano Dragan Nesic (che abbiamo visto a cagliari qualche mese fà come allenatore della nazionale femminile bulgara) e un giovane e bravo preparatore atletico del suo staff.

Ciò di cui Dragan ha parlato è stato il suo modo di concepire l'allenamento e la pallavolo in generale, in particolare concentrandosi sull'attacco e la difesa. La qualità dell'approccio dell'atleta verso l'allenamento, la ricerca della perfezione e le richieste dell'allenatore in questo senso sono stati gli argomenti che hanno fatto da filo conduttore a tutta la mattinata con interessanti accenni alla comunicazione in palestra e agli interventi dell'allenatore. Lui ha intitolato il suo intervento "Filosofia della pallavolo". Un concetto interessante, che condivido ampiamente, in quanto è quello che spesso manca, a mio parere, agli allenatori più giovani, eccessivamente concentrati sui problemi tecnico-tattici ma che troppo frequentemente dimenticano gli obiettivi complessivi del lavoro in palestra e dell'approccio metodologico all'allenamento e, più in generale, alla vita in palestra.

Filosofia, una parola che assume un significato importante se accostata ad uno sport. Significa interrogarsi sul senso del fare una attività sportiva e interrogarsi su come approcciarsi ad essa, su come viverla, sul perchè farla. C'è bisogno che noi allenatori ragioniamo di più su questi concetti, perchè la metodologia dell'allenamento non può essere solo figlia della tecnica e della fisiologia, pena la sua assoluta inefficacia. Abbiamo in palestra persone, e troppo spesso ce ne dimentichiamo. Dobbiamo essere inflessibili nel richiedere la perfezione nell'allenamento, ma dobbiamo richiederla soprattutto come approccio mentale, trasmettendo il concetto che l'obiettivo è "vincere sempre, non vincere ogni tanto" così come dobbiamo convincere l'atleta che bisogna allenarsi bene sempre, non ogni tanto.

Bravo Dragan, un bella lezione per tutti noi.

lunedì 20 settembre 2010

Qulificazioni WGP a Cagliari

Questo fine settimana full-immersion di Volley! Sono andato a vedere gli allenamenti (la mattina) e le partite (la sera) delle nazionali che partecipano al torneo di qualificazione del World Grand Prix 2011 a Cagliari.

Certo che avere la possibilità di vedere all'opera sei-dico-sei nazionali tra le più forti d'europa è un occasione che non capita tutti i giorni. Soprattutto sfruttare l'occasione di vedere gli allenamenti pre-gara è stato veramente molto interessante.

Osservare in allenamento le diverse scuole di gioco mette in risalto come certe scelte tecnico-tattiche, che noi allenatori diamo talvolta per scontate in quanto appartengono al modo di intendere il volley nel nostro paese, non solo non sono utilizzate in altre realtà ma addiritura, almeno mi è sembrato, evitate con cura.

Questo evidenzia ancora un volta, se mai ce ne fosse bisogno, un concetto a mio parere fondamentale nella nostra attività di allenatori: non c'è un solo modo di giocare a pallavolo, ce ne sono molti e dipendono sostanzialmente dalle caratteristiche della squadra e dei nostri giocatori. Sta all'abilità del tecnico sfuttare al meglio queste capacità con l'allenamento e l'applicazione delle tecniche e delle tattiche che meglio si adattano ai propri atleti.

Dispiace vedere però quanti pochi allenatori erano presenti a vedere gli allenamenti la mattina. E' vero, tutti abbiamo altri impegni e problemi (soprattutto chi, come me, non vive di sport... cioè la maggioranza), ma un occasione così quando ricapita? e dai... almeno una volta... la domenica... o il lunedì pomeriggio... non è una buona occasione di prendersi magari una giornata di ferie?


L'opportunità di vedere 5 nazionali straniere allenarsi per preparare una gara importante non è cosa di tutti i giorni. Partite ne vediamo tante anche in TV, allenamenti no. Fidatevi, ne vale la pena! Ciao.

martedì 4 maggio 2010

Qualifiche e Abilitazioni Tecnici Fipav

Alcuni amici mi hanno scritto per avere qualche chiarimento sulle nuove qualifiche degli allenatori FIPAV, in particolare quelle che riguardano i nuovi livelli intermedi dedicati al settore giovanile. Cercherò di fare un pò di chiarezza sulla questione. Innanzitutto vediamo quali sono, alla luce delle ultime novità, le qualifiche dei tecnici federali da ora in poi conseguibili. Nell'ordine sono sei:
  1. Allievo Allenatore - Primo livello giovanile
  2. Allenatore di primo grado.
  3. Allenatore di primo grado - Secondo livello giovanile
  4. Allenatore di secondo grado.
  5. Allenatore di secondo grado - Terzo livello giovanile
  6. Allenatore di terzo grado.
Le qualifiche sono consequenziali nell'ordine in cui le ho elencate, perciò per conseguire una qualifica bisogna già possedere la precedente. Dal punto di vista temporale, ci vogliono un minimo di sei anni per completare tutto il percorso, infatti tenendo conto che:
  • i corsi per conseguire il livello giovanile successivo possono essere conseguiti lo stesso anno del corso di abilitazione di primo o di secondo grado (è probabile quindi che il livello giovanile successivo ad un grado si configurerà come un integrazione al corso precedente, vedremo...);.
  • per conseguire il grado successivo devono trascorrere almeno due anni;
se io fossi un allenatore che inizia quest'anno con il corso allievo -1° liv. giov. potrei seguire questo percorso:
  • tra un anno: conseguo il 1° grado e successivamente il 1° grado - 2° livello giovanile
  • tra tre anni: conseguo il 2° grado e subito dopo il 2° grado - 3° livello giovanile
  • tra cinque anni: conseguo il terzo grado.
questo sempre se ho seguito i corsi d'aggiornamento intermedi, se il mio comitato organizza puntualmente i corsi e se non vengo bocciato ai corsi.

Ma la domanda che tutti fanno più spesso è: cosa posso allenare con le varie qualifiche?
cercherò di essere chiaro con questo elenco:

Allievo Allenatore - Primo livello giovanile.
Posso allenare come primo allenatore solo seconda e terza divisione, mentre da secondo allenatore posso sedere in panchina fino in serie D. Nei campionati di categoria (Under) non posso andare in panchina, sia da primo che da secondo allenatore, in società che militano con la prima squadra in campionati di C o superiori. 

Allenatore di primo grado.
In più rispetto al livello precedente posso sedermi in panchina da 1° allenatore fino alla prima divisione, mentre da 2° allenatore fino alla B2. Per gli under rimane uguale la limitazione del livello precedente: posso andare in panchina solo con società che hanno la prima squadra in serie D o in campionati inferiori. 

Allenatore di primo grado - Secondo livello giovanile.
Invariati i limiti per i campionati di serie e di divisione rispetto al livello precedente: massimo prima divisione da 1° allenatore e massimo B2 da 2°. Negli under posso andare in panchina con tutte le società a patto che queste non abbiano la prima squadra in serie A1 o A2. 

Allenatore di secondo grado.
Posso sedermi in panchina come primo allenatore fino alla serie B2, mentre da secondo allenatore posso seguire anche fino alla A1. Negli under posso seguire dalla panchina, sia da primo che da secondo allenatore, squadre di società che hanno la prima squadra al militante massimo in serie B1. 

Allenatore di secondo grado - Terzo livello giovanile.
L'unico limite è che non posso guidare squadre come primo allenatore oltre la B2. come secondo allenatore e per i campionati di categoria non ci sono vincoli. 

Allenatore di terzo grado.
Nessun limite, posso allenare qualsiasi squadra.

Ok, spero di essere stato esaustivo. se però volete maggiori informazioni sull'argomento vi consiglio di leggere questo documento (PDF). Tenete poi presente che quasi tutti i comitati provinciali e regionali FIPAV stanno organizzando in questi giorni dei corsi integrativi per poter transitare senza danni (per "danni" intendo il non poter allenare quest'anno quello la stessa squadra dell'anno scorso) dalle vecchie qualifiche alle nuove. Perciò, se avete dei dubbi, la prima cosa da fare è contattare i comitati federali di competenza per avere delucidazioni in merito.

Se avete dei dubbi comunque scrivetemi, o rispondetemi sul blog. Ciao.

venerdì 8 agosto 2008

Marco Locci secondo in A1/F a Cesena

E' stata ufficializzata la notizia anche dalla lega (www.legavolleyfemminile.it): Marco Locci sarà il secondo di Manuela Benelli (nella foto) a Cesena in A1 Femminile.

Sapevo già la news da qualche mese ma adesso che è ufficiale posso finalmente manifestare la mia felicità: Credo che Marco sia un allenatore molto serio e preparato, oltre che una persona umile e in gamba. Inoltre ha fatto molta "gavetta" sia nel maschile che nel femminile, e penso che questo sia uno dei requisiti più importanti che un allenatore deve possedere prima di arrivare ad alto livello, anche perché allenare tra B e C insegna a lavorare anche in situazioni difficili, con atleti non professionisti e dirigenti spesso volenterosi ma ancor più spesso inesperti e pasticcioni.

Ho avuto occasione di stare molto in palestra (e a tavola) con Marco quest'anno, appena aveva qualche minuto libero era sempre in palestra, sempre disponibile a dare una mano o a rispondere ai miei dubbi, cose di cui io ho ovviamente abusato e di questo nel ringraziarlo ancora mi scuso. Molti dei successi del Serramanna Volley negli ultimi anni sono indubbiamente dovuti a lui, direttamente o indirettamente.

Io personalmente poi non vedrò l'ora di rivederlo, avido di racconti, chiacchiere, consigli e aiuto come sempre.

Ciao e in bocca al lupo Marco, di cuore.

martedì 18 marzo 2008

Le regole

Le recenti polemiche sulle reazioni dei giocatori di calcio al momento della sostituzione mi hanno fatto pensare alle regole, che altro non sarebbero che delle norme di comportamento che permettono di svolgere la nostra vita, in questo caso sportiva, senza che ci siano problemi. All’interno di una palestra ci sono tantissime norme non scritte, molte delle quali sono esterne all’ambito palestra, altre invece sono tipiche dello sport.

Le regole secondo me hanno un’ importanza fondamentale nella vita di una squadra, perché il seguirle o il non seguirle da un senso di appartenenza o un senso di estraneità a quel gruppo, questo perché diverse squadre hanno diverse regole, diverse società hanno diverse regole, quindi a seconda della provenienza degli atleti la prima cosa da fare è creare delle regole condivise.

Chi crea le regole è di solito l’allenatore e la società. Di solito i gruppi molto compatti con giocatori che giocano assieme da molto tempo hanno delle regole loro e in questo caso il cambiamento delle regole potrebbe risultare un processo lento. Una cosa che ho imparato è non dar per scontato che in tutte le palestre si seguano e si dia la stessa importanza alla stesse regole.

La cosa che piace di meno delle regole sono le sanzioni; le regole senza le sanzioni non hanno senso e qui la figura più importante è l’allenatore che, sotto la supervisione della società, può permettersi per quel che riguarda il campo di applicare delle sanzioni. Si può andare dal giro di campo simbolico fino a non convocare una giocatrice per un tot di partite o anche, se la violazione è molto grave, chiederne l’allontanamento. Si capisce che un allenatore che non può usare le sanzioni perché la società non gli permette di farlo è in un mare di guai. Il gruppo si accorge della debolezza e ognuno potrebbe provare a farsi regole sue e non rispettare quelle del gruppo.

Ci sono delle regole per le regole (passatemi il gioco di parole) secondo me che devono essere seguite per evitare spiacevoli equivoci:
· illustrare chiaramente quali sono le regole all’inizio dell’anno, cioè dare delle regole da subito e riuscire a farle rispettare è il primo passo per la formazione dell’idea di gruppo, cosi che tutti nel rispettare queste regole si sentiranno squadra
· applicare le regole a tutti i componenti del gruppo, infatti non si può pensare di fare differenze tra i giocatori, altrimenti non si forma un gruppo ma più gruppi ognuno con le sue regole, cosa secondo me molto rischiosa
· Spiegare e far capire a cosa serve quella regola, cioè far capire che non si segue le regola per semplice meccanica, ma se quella regola, applicandola, dà il risultato opposto rispetto a quello per cui è stata creata, non deve essere seguita e in quel particolare caso bisogna spiegare il perché non viene applicata (d'altronde non siamo burocrati ma allenatori quindi possiamo aggiustare e non imprigionarci nelle regole, ma comunque dobbiamo essere chiari con il gruppo)
· La regola che non è più utile necessita di essere eliminata, non ha senso infatti che una regola rimanga pur avendo perso la sua utilità (anche questo è meglio dirlo chiaramente, affinché non ci sia qualcuno che la segue e altri no)
· Il primo che deve seguire le regole e dare il buon esempio è l’allenatore seguito dalla dirigenza, infatti non posso chiedere a nessuno di rispettare una regola che io non seguo perché perdo di credibilità, sembrerebbe così che neanche io creda all’utilità della regola

Ci sono altri aspetti che sono molto interessanti ma che generano un discorso ancora più lungo. Per esempio il fatto che delle regole vadano ben oltre la figura che decide di inserirle, nel caso di un allenatore che inserisce una regola se il gruppo e la società la giudicano efficace, allora questa regola rimarrà in uso anche quando l’allenatore non ci sarà più. Oppure, altro aspetto interessante è come certe regole vengano acquisite dal giocatore nelle giovanili e rimangano in lui per tutta la carriera fino a trasferirle, magari dopo 20 anni, nel suo ruolo successivo di allenatore.

mercoledì 16 gennaio 2008

Quanto e dove imparo

Gli allenatori hanno diversi modi per migliorarsi e per imparare a diventare tali, in ordine temporale stilerei una classifica.
1) l’esperienza da giocatore;
2) il corso federale che dovrebbe anticipare il passaggio al ruolo di allenatore;
3) l’esperienza sul campo come aiuto allenatore a allenatori più esperti;
4) l’esperienza pratica personale;
5) tutti gli altri corsi federali e i vari aggiornamenti annuali ;
6) tutte le fonti di varia natura reperibili in rete o acquistare materiale tecnico come libri o dvd.
Tutte queste cose danno per ultimo il livello generale di conoscenza dell’allenatore, che è diverso da quanto saprà trasmettere. Da un punto di vista qualitativo è molto più difficile riuscire a mettere in ordine i vari fattori, perché probabilmente variano nel tempo e caso per caso; all’inizio la componente principale sarà l’esperienza da giocatore, ma con il passare degli anni crescerà molto il fattore pratico dell’allenare. Ognuno cerca di migliorarsi il prima possibile e sceglie strade diverse, sicuramente anche con risultati diversi. Immaginando una divisione temporale della vita di un allenatore in 3 fasi, possiamo pensare a i diversi fattori che si combinano; nella prima fase probabilmente ci sarà: 1. l’esperienza da giocatore 2. il corso federale 3. l’esperienza da aiuto allenatore, nella seconda fase 1. l’esperienza da aiuto allenatore 2. l’esperienza pratica personale 3. i corsi e gli aggiornamenti federali, infine nella terza fase della maturità 1. l’esperienza pratica personale 2. i corsi e gli aggiornamenti federali 3. tutte le fonti di varia natura reperibili in rete o acquistate.

Tutti questi fattori combinati danno il potenziale di crescita di un allenatore. Non sono entrato in un'ottica qualitativa dei vari fattori, quindi presumiamo che siano tutti dello stesso livello, altrimenti ovviamente non avrebbe avuto molto senso perché se i corsi federali sono scadenti oppure scadente è la mia esperienza da giocatore, farei bene a non prendere esempio. Se guardiamo questi fattori dall’ottica della provenienza, possiamo vedere che solo i corsi dipendono dalla federazione, altri da conoscenze umane e tecniche sviluppate prima di diventare allenatore e poi la componente principale che è l’esperienza diretta sviluppata nei vari anni. Quindi secondo me non si può imputare alla federazione demeriti o meriti degli allenatori, visto che il processo di formazione è per buona parte esterno alla federazione. Possiamo renderci conto come il percorso di crescita qualitativa dipenda dalle nostre scelte, ma noi che organizziamo la crescita degli atleti riusciamo a avere la stessa lucidità per organizzare la nostra o lasciamo che sia il caso a combinare i fattori?

venerdì 21 dicembre 2007

Sempre sugli atleti "maturi" (e Buon Natale)

Dopo aver letto l'ultimo post di Alberto Giorda sugli atleti "maturi", vorrei ampliare il discorso oltre l'aspetto tecnico, rimarcando alcuni altri aspetti che il lavorare con uno o più atleti esperti in palestra porta con se. Ovviamente non si può fare di tutta l'erba un fascio, ma in generale ci sono degli aspetti comuni a questi atleti che vorrei sottolineare.
Diciamo che noi allenatori ci dividiamo in due categorie, più o meno distinte, quelli che considerano gli atleti maturi come preziosi, e quelli che li considerano dei rompiballe.
Si, perchè un atleta adulto è quasi sempre anche un rompiscatole: è uno che se ci inventiamo una cagata di esercizio si gira di palle e lo fa male, se lo facciamo sfreddare si lamenta, se lo teniamo in battuta mezz'ora s'incazza, se lo mettiamo in coppia col ragazzino scarso ci guarda sbuffando... insomma tutto il contrario di una ragazzina di 15 anni, che qualunque schifezza di lavoro gli facciamo fare sta zitta (vabbè non tutte...lo so) e lavora... al limite si lamenta con le compagne nello spogliatoio.
Siamo tutti buoni a fare i grandi allenatori con i ragazzini, ma con gli adulti? Noooo, non è colpa nostra: sono loro che sono dei rompiballe! Basta con questi grandi, che ce ne facciamo? Anzi guarda, l'anno prossimo direi di non fare più neanche la prima divisione, facciamo solo l'Under 18, cosi i ragazzi giocano lo stesso e questi ce li togliamo di mezzo una volta per tutte.
Mah...
Quante volte ho sentito parole simili, da colleghi allenatori e da dirigenti. Che dire. Io penso che gli atleti maturi siano una risorsa enorme, sia per noi allenatori, in quanto non hanno problemi a dircelo quando non sono d'accordo con noi, sia per far crescere i compagni più giovani. Quando giocavo penso di aver imparato tanto dai miei compagni più grandi, e anche gli atteggiamenti negativi di qualcuno in un certo senso mi hanno fatto crescere, mettendomi di fronte a ciò che era giusto o sbagliato fare in palestra. Ricordo ancora lo sguardo incazzato del compagno "bravo" a fianco a me quando sbagliavo una ricezione, che mi puniva più di qualsiasi urlo dell'allenatore. Ma anche le pacche sulla spalla quando facevo qualcosa di buono, che forse non si aspettavano da me... era come avere 5-6 allenatori in palestra, ciò che sfuggiva all'allenatore, non sfuggiva a loro.
Oggi molti atleti arrivano a 18 anni avendo giocato quasi esclusivamente con persone della loro età; Ma quando l'allenatore gira le spalle un attimo, che succede? Chi gli insegna come stare in palestra e come comportarsi in una squadra? L'allenatore può essere sbeffeggiato, ci si può "passare" quando non guarda, si può sfotterlo alle spalle, come col professore a scuola. Ma coi compagni più grandi è difficile, perchè il "compagno grande" non è un allenatore, e non gliene frega niente se il ragazzino può diventare forte o no: O sei forte ora, oppure devi impegnarti per diventarlo. Punto. Di tute le menate che pensano i dirigenti e gli allenatori non gliene frega niente.
Vorrei fare una proposta provocatoria in questo senso. Basta con le squadre di soli ragazzini, sono secondo me una delle cause principali della bassissima qualità dei giovani oggi in Sardegna. Propongo l'obbligo di due over 28 in ogni squadra under :).
Ovviamente scherzo, ma bisogna iniziare a capire che i giovani devono avere dei punti di riferimento in squadra, l'allenatore non basta.
A proposito... BUON NATALE A TUTTI!

mercoledì 28 novembre 2007

L'ottica dell'allenatore

Un problema che ho avuto quando ho iniziato a allenare è stato il guardare la partita con il coinvolgimento del giocatore, piano piano ho capito che dovevo guardare la partita da una maggiore distanza, ora mi spiego. Il giocatore valuta i palloni uno per uno, giro alla volta, si concentra nel massimo risultato per la singola palla, se anche l’allenatore usasse quest’ottica non capirebbe la partita, non avrebbe la lontananza giusta per capire l’evolversi della partita e capire su cosa intervenire, diciamo che dovrebbe essere quasi un dottore a bordo campo che cerca di trovare la medicina giusta al suo malato con la lucidità e il distacco che permetta di far funzionare il cervello. Troppo spesso invece presi dall’andamento della gara e il sangue al cervello che annebbia la vista ci troviamo più in palla dei giocatori, cosa che dovrebbe essere evitata ma cosa che è più facile a dirsi che a farsi, sarebbe meglio sforzarsi e guardare la partita da un ottica più lontana, che permetta non di guardare le azioni singole, ma lo sviluppo del gioco nel suo complesso. Tutti subiamo la partita come coinvolgimento e come emozioni, ma i risultati di questa tensione sono i più disparati, dalle urla senza fine ai silenzi, toccarsi i capelli, girarsi, saltare oppure parlare con tranquillità dopo l’errore del secolo. Una cosa però dobbiamo sempre evitare, andare fuori di testa, perché quando una nostra atleta ha i 5 minuti noi la facciamo accomodare in panchina, ma se fuori di testa andiamo noi… allora la partita è finita. Il nostro primo obiettivo è far si che la squadra si esprima al massimo, solo capendo la gara possiamo riuscirci, per fare quello allontaniamoci dalla singola palla e cerchiamo di avere uno sguardo il più ampio possibile, altrimenti con lo sguardo del giocatore si avranno secondo me 2 problemi: l’impossibilità di una lettura generale dalla gara e un coinvolgimento emotivo che ci potrebbe costare la lucidità delle scelte.

lunedì 17 settembre 2007

Anastasi, Berruto & C.

Sono terminati gli europei maschili. "No comment" su quanto fatto dall'Italia che paga, a mio parere, il sonno sugli allori su cui ci siamo cullati gli anni passati, quando si vinceva (quasi) tutto. C'è però una parte della pallavolo italiana che è uscita vincitrice da questi europei: parlo degli allenatori. I coach italiani stanno dimostrando che non sono loro la parte del sistema che non funziona. L'Europa sta riconoscendo la loro preparazione, affidandogli squadre valide che grazie a loro arrivano all'eccellenza.

Vedere la semifinale tra Spagna e Finlandia, con Anastasi e Berruto che si sfidavano dalle panchine, e poi lo stesso Anastasi vincere gli europei alzando il trofeo, mi ha sotto sotto fatto piacere quasi quanto veder trionfare la nostra nazionale.
Onore al merito quindi a questi grandi professionisti, tra cui non posso non ricordare anche Caprara e Guidetti, alla guida rispettivamente delle Nazionali femminili in Russia e Germania, che scelgono di lasciare il loro paese perchè, evidentemente, all'estero trovano stimoli, possibilità e condizioni economiche più favorevoli. Vorrei ringraziarli tutti, anche chi non ha raggiunto gli onori (?) della cronaca italiana.

Rimane un dubbio: visto che la preparazione e l'abilità degli allenatori italiani è riconosciuta in tutta l'europa (e i risultati che ottengono dimostrano che è più che meritata) che cos'è che non funziona? Continuiamo a dare le colpe alla scarsità degli atleti, in numero e/o qualità? La Finlandia quanti tesserati ha? credo circa 12.000. E allora, dove sta il problema? La risposta a queste domande è a mio parere semplice, ma ognuno credo debba ragionarci un pò da sè.

lunedì 3 settembre 2007

Allenatori e/o dirigenti?

Oggi ritorno in palestra. Nuova società, nuovi atleti, nuovo ambiente. Penso che sia un bene per un tecnico cambiare società ogni tanto; permette di avere nuovi stimoli, di rimettersi alla prova, di affrontare problemi diversi e di tenere il cervello un pò più acceso. In effetti, secondo me, un allenatore dovrebbe sempre sentirsi un pò sotto esame. Quando una società affida un incarico ad un allenatore chiamandolo a lavorare con sè, sicuramente questa non dovrebbe interferire sulle scelte tecniche ma può, e deve, chiedere conto dei risultati del lavoro svolto.

Spesso invece, quando un allenatore rimane molti anni nel medesimo ambiente, egli diventa quasi senza accorgersene una specie di dirigente. Questa situazione a prima vista potrebbe sembrare persino positiva, in quanto porta l'allenatore ad avere più voce in capitolo nelle scelte relative all'organizzazione societaria. Però il rischio è che il tecnico, dovendo rispondere soltanto ai propri atleti del lavoro che svolge, si adagi sugli allori e riduca la qualità del proprio lavoro, non mettendosi più in discussione. Ovviamente gli atleti inizieranno a lamentarsi ma, essendo l'allenatore ormai parte integrante della società, è molto difficile che i dirigenti gli chiedano spiegazioni.

Certo, non bisogna fare di tutta l'erba un fascio. Conosco diversi allenatori che pur rimanendo nella stessa società molti anni hanno continuato a lavorare con lo stesso entusiasmo e la stessa lena della prima stagione. Ma purtroppo vedo anche degli esempi contrari, e non sono pochi. Cambiare è importante. Probabilmente anche per le società ma, principalmente, per noi allenatori.

In ogni caso auguro a tutti coloro (allenatori e non) che in questi giorni stanno ricominciando, come me, a lavorare in palestra per una nuova stagione, un grande in bocca al lupo per quest'anno che sta iniziando. Ciao e buon lavoro.

martedì 10 luglio 2007

Esercizi su internet

Sicuramente chi legge questo blog conosce internet, e quindi probabilmente ha già visto e usato qualcuno dei servizi di condivisione gratuita dei video, Per intenderci siti come YouTube, Google Video, Yahoo! Video, eccetera.

Quello che volevo far notare è la quantità di materiale utile a noi allenatori che sta iniziando a circolare su questi siti. Da quando le telecamere hanno iniziato ad avere un prezzo accessibile io ho sempre cercato di usare il video per osservare meglio i movimenti dei miei atleti, non solo in gara. Ora però molti allenatori stanno iniziando a mettere i video ripresi durante gli allenamenti in cui si possono vedere le esercitazioni proposte. Tanto per intenderci vi posto alcuni link per mostrarvi un esempio di quello che si può trovare:

http://it.youtube.com/watch?v=kxXN9a9NWts
http://it.youtube.com/watch?v=UNZpv_W3ci8
http://it.youtube.com/watch?v=W__NBLgk2yI
http://it.youtube.com/watch?v=lFwltz8xAgE

Osservare gli esercizi che usano gli altri, anche se spesso possono sembrare simili o identici a quelli che usiamo abitualmente, è fondamentale per interrogarci sui motivi per cui quell'allenatore propone quell'esercitazione o richiede che un certo movimento sia eseguito in una determinata maniera. Possiamo essere d'accordo o no con quello che vediamo, ma si notano tanti particolari che potrebbero aiutarci a migliorare anche le nostre esercitazioni.

Quando ho iniziato a far l'allenatore, nell'ormai lontano 1983 (sigh... che vecchio), era un sogno impossibile pensare di assistere all'allenamento di una squadra di college statunitense o di una serie A polacca. Oggi internet ci mette a disposizione, gratis, questa possibilità... e se vogliamo, come ho fatto io in un caso, si può anche scrivere all'autore del video per chiedergli qualche chiarimento... Sarebbe da pazzi non sfruttare queste incredibili possibilità, non trovate?

lunedì 11 giugno 2007

Alcune differenze tra A1 e B2

Mi è ricapitato tra le mani uno studio del 2004 sul maschile fatto da Caramagno, Franzò e Prefetto di cui avevamo discusso in un corso ad Alberobello l'anno scorso. E' un interessante analisi del modello di prestazione per la serie B2, con diversi paragoni alla serie A1. Voglio darvi alcuni dati che scaturiscono da questo studio perchè li trovo utili per capire come cambiano i modelli di prestazione al variare la categoria.

Un primo dato che salta agli occhi è la durata media delle fasi attive (palla in gioco) e passive. In serie A1 infatti la fase attiva dura in media 5,2", la fase passiva 13,8". E in B2? la fase attiva 7,2" (+38%) e la passiva 17,1" (+24%). Ciò comporta una durata media del set pari al 28,5% in più (18,5' in B2, 14,4' in A1).

La domanda è: questi dati influiscono sui metodi e i tempi dell'allenamento? A mio parere si, ma in che misura credo che sia una variabile soggettiva per ciascun allenatore. In ogni caso è evidente che al calare del livello aumenta l'impegno del metabolismo aerobico "intermittente".

Un altro dato che si evidenzia è il numero di salti medi per ruolo. in B2, con una media di 218 azioni per gara, il giocatore che salta di più è il centrale, che fà 112 salti (0,52 per azione), contro i 90 dell'alzatore, i 76 dell'opposto e i 70 del posto 4. Bella scoperta, direte voi, lo sanno anche i bambini che il centrale è quello che salta di più!
E invece non è così ovvio. Sapete chi è che salta di più in A1? Vi sembrerà strano (però se ci pensate bene, neanche più di tanto), ma è il palleggiatore, con 136 salti su 221 azioni di gioco (0,64 salti per azione!), segue il centrale con 97 salti, poi l'opposto con 88 e infine lo schiacciatore "di mano" con 65.

Se devo dare un mio parere su questi dati, mi viene da dire che il palleggiatore, che salta moltissimo anche in B2 (più degli schiacciatori), spesso non viene allenato abbastanza su questo aspetto. Vi siete mai chiesti, durante l'allenamento, quanto alleniamo il palleggiatore al salto? più o meno degli schiacciatori?

Ho volutamente semplificato il ragionamento, limitandomi al salto, ma se teniamo conto delle penetrazioni continue e degli spostamenti a cui è obbligato un palleggiatore, mi viene logico pensare che sia il ruolo che ha bisogno di un maggior lavoro aerobico (intermittente) rispetto agli altri. Lo sò che i sacri testi dicono che la pallavolo è uno sport prevalentemente anaerobico... però forse diamo troppe cose per scontate.

lunedì 14 maggio 2007

Il compromesso Velocità/Precisione

Più o meno tutti abbiamo imparato, col tempo e con l’esperienza, che aumentando la velocità di un movimento cala la precisione dello stesso. Però probabilmente non tutti sanno che questo fenomeno è stato molto studiato in passato e continua ad essere argomento di discussione anche ai giorni nostri. Il pioniere di questi studi è stato sicuramente lo psicologo statunitense Paul Fitts, il quale già negli anni ’50 aveva elaborato una legge, nota proprio come Legge di Fitts(1), che lega in scala logaritmica l’ampiezza di un movimento, la sua precisione ed il tempo del movimento stesso.
In pratica è stato dimostrato che quando viene richiesto un movimento rapido, a parità di ampiezza, la precisione diminuisce esponenzialmente.
Questa nozione di “compromesso” tra velocità e precisione è stata successivamente molto studiata e applicata ad ambiti diversi, ma nonostante siano stati introdotti ad oggi modelli molto più accurati(2), basati su test sperimentali, rimangono parecchie domande senza risposta. In particolare non si è ancora compreso totalmente perché il nostro sistema psicomotorio ci fa perdere accuratezza quando viene richiesta una maggiore velocità.

Rimane il fatto, ampiamente dimostrato sperimentalmente, che ciò avviene. In particolare, quando eseguiamo movimenti molto rapidi (meno di 0,2 secondi) come un attacco nel volley, un rovescio di tennis o una battuta nel baseball, la rapidità dell'azione non ci consente di correggere il movimento durante la sua esecuzione rispondendo agli stimoli sensoriali (feedback), perciò l’esecuzione del movimento è affidata quasi esclusivamente agli schemi motori che sono stati costruiti con l’allenamento e l’esperienza, cioè osservando il risultato del movimento fatto e cercando di applicare la correzione nella ripetizione successiva.

Perciò, quando si vuole “allenare” la precisione di un colpo che richiede anche potenza (cioè rapidità, in quanto a parità di lavoro la potenza aumenta al diminuire del tempo di esecuzione del lavoro stesso) è necessario ripetere molte volte il movimento, ma bisogna fare attenzione a lasciare il tempo all’atleta di osservare con calma il risultato dell’azione tra una ripetizione e l’altra, magari aiutandolo con qualche osservazione verbale.
E’ il caso tipico dell’allenamento dell’attacco “forte” nel volley. Ricordando quanto detto prima, credo che per ottenere una buona efficacia nell’allenamento di questo colpo sia importante mantenere un intervallo tra ogni colpo non troppo breve ma neanche troppo lungo, diciamo tra i 5 e i 12 secondi, a seconda delle capacità dell’atleta nel valutare il risultato di ciascun colpo fatto.

Chiudo lanciando un’idea per un prossimo post. Nel volley, come in altri sport, non esiste solo la precisione "spaziale", intesa come mandare la palla dove vogliamo. C’è anche un'altra forma di precisione… la precisione “temporale”, cioè il colpire la palla quando vogliamo… ed è altrettanto importante.

P.S. Aggiungo i riferimenti bibliografici agli studi citati nel testo, se qualcuno ha voglia di spulciarseli…
(1) Fitts (1954). “The information capacity of the human motor system in controlling the amplitude of movement”. Journal of Experimental Psycology, 47, 381-391.
(2) Meyer, Abrams, Kornblum, Wright & Smith (1988). “Optimally in human motor performance: Ideal control of rapid aimed movements”. Psychological Review, 95, 3, 340-370.

venerdì 6 aprile 2007

I sistemi rappresentazionali e il ruolo dell'allenatore

Vorrei anch’io contribuire al dibattito sui sistemi rappresentazionali (s.r.) lanciato da Andrea in un post di qualche giorno fa. E visto che lui cavolate non ne ha scritte.. magari provvederò io!
Spero comunque che le mie idee possano essere uno spunto per ragionare insieme su un tema molto importante. Le mie considerazioni si sviluppano su tre punti tra loro legati:

a) Il livello individuale-collettivo

Ferma restando la necessità di scomporre problematiche complesse analizzando alcuni aspetti singolarmente, concentrarsi troppo sul messaggio "individuale" può forse rischiare di essere fuorviante. In palestra un allenatore comunica nel 99% dei casi con la squadra. Se ci rivolgiamo ad un atleta spesso possono sentire anche gli altri e anche quando lo prendiamo da parte lanciamo comunque un messaggio (non verbale) al resto del gruppo. Dobbiamo preoccuparci della comunicazione a 360 gradi calcolando non solo gli effetti e le modalità di quanto diciamo ma anche di quanto non diciamo, praticamente sempre di fronte ad una platea di più individui.
Mi viene da domandarmi se si possa parlare anche di s.r. "collettivi" ossia: un gruppo ha un proprio s.r. dominante distinto da quello prevalente per la maggior parte dei singoli presi separatamente? Vale la pena di pensarci, specialmente se si parla di gruppi che hanno una propria “identità” collettiva ben definita.

b) I meccanismi di interazione dell’insegnamento

Possiamo affermare con certezza che il s.r. dominante individuale sia completamente esogeno ed immutabile (come il colore degli occhi, ad esempio)?
E’ probabilmente vero che l’allenatore non è un “educatore” però sono convinto che l’allenatore possa considerarsi un "istruttore": qualcosa di più di un "comunicatore". Per questo forse può (e deve) anche contribuire a sviluppare strategie di apprendimento efficaci nella persona che sta formando. La mia idea è che probabilmente si può anche sviluppare e modificare la combinazione dei s.r. attraverso la proposta e lo stimolo dell’istruttore.

Inoltre chi insegna (sia un maestro o un allenatore) non solo "comunica" ma trasmette una sua figura: da questa dipende in larga misura il successo nell'apprendimento. Le tecniche di mirroring (anche di linguaggio), a mio parere, funzionano fino ad un certo punto in questo contesto: l'empatia cresce in maniera molto più marcata quando l'istruttore è in grado di rappresentare un "modello" (e in questo entra anche il discorso del carisma, della coerenza, della personalità) che non passa necessariamente per il rispecchiamento e la comunanza di linguaggio. Intendiamoci, questi restano comunque strumenti di comunicazione importantissimi ma a volte, se ricercati in maniera sistematica e “ossessiva”, potrebbero addirittura sortire l’effetto opposto in termini di apprendimento.

c) L’ascolto attivo

Non si deve trascurare l'attenzione e l'ascolto attivo di chi apprende. Anche questo non si esaurisce, secondo me, nella coincidenza di linguaggio ed è legato anche al discorso della “figura” di chi insegna di cui dicevo prima.

Tralasciando il dibattito sulla scarsa evidenza empirica nella letteratura scientifica della coincidenza tra aspetti comportamentali e s.r. dominante, tipica della Programmazione Neuro Linguistica (come nel caso del movimento degli occhi..) e che forse giustificherebbe quanto sto dicendo anche sulla base di un'azione di insegnamento che avviene necessariamente in un contesto di incertezza sulle caratteristiche di apprendimento dell'allievo, io credo che in ogni caso ognuno di noi apprenda attraverso TUTTI i s.r. e quello dominante sia semplicemente quello del quale siamo “più coscienti”.

Utilizzare in maniera appropriata “linguaggi” diversi può in molte circostanze, a mio avviso, risultare più stimolante ed istruttivo piuttosto che appiattire la comunicazione ad un unico “stile” anche se perfettamente allineato con il principale metodo di acquisizione delle informazioni che un allievo utilizza. E questo, nella mia esperienza, lo riscontro anche a livello individuale.

Faccio un parallelo sicuramente azzardato, ma che può far pensare.

Nella letteratura economica esistono numerosissimi studi che dimostrano come l’utilità dei consumatori nell’acquisto di un bene sia determinata non solo dalla preferenza e dall’utilità assegnata a quello specifico bene ma anche dalla cosiddetta “preference for variety”. I consumatori che scelgono comunque quel bene, sono più contenti (e vanno più volentieri a comprare) se lo scelgono in un negozio dove ci sono altri 50 possibili sostituti piuttosto che in un negozio dove c’è solo quello, a parità di altre condizioni. Chiaramente anche in questo c’è un limite (dare troppe alternative è come darne troppo poche). Teniamo presente che nel caso della comunicazione stiamo parlando di un bene non “primario”: grazie al cielo chi ascolta un messaggio (come chi legge questo noiosissimo post..) ha sempre la sacrosanta opzione di non prestare attenzione…

Vi auguro Buona Pasqua!

mercoledì 4 aprile 2007

Grande delusione per il master

Via riporto qui sotto la e-mail che ho appena mandato a Stefano Bellotti, responsabile di settore del Centro di Qualificazione Nazionale della FIPAV e per conoscenza alla Federazione Regionale Sarda. Penso che sia interessante per tutti.
"Caro Stefano

Mi chiamo Andrea Lazzari. Sono un allenatore che lavora in sardegna, ci siamo anche incontrati a qualche corso di aggiornamento nazionale, non sò se ti ricordi. Ti scrivo per parlarti di una serie di fatti che si mi ha molto amareggiato riguardo il master sui settori giovanili che sta per iniziare qui nella mia isola. Premetto che questa mail non vuole criticare nessuno, anzi penso che il CQR stia facendo del suo meglio, ma forse sta sottovalutando il malcontento che si riscontra tra molti allenatori.
Io mi sono iscritto al master perchè pensavo che non sarebbe stato il solito corso con cento allenatori seduti in tribuna ad ascoltare uno al microfono. Il bando era per 30 persone, e visto anche il costo (350euro!) ho pensato ad un master dove ci fosse un rapporto ravvicinato col docente, un qualcosa in cui oltre a ricevere in informazione (per cui basta comprarsi un video o un libro) ci fosse anche la possibilità di scambiare opinioni e confrontarsi realmente coi docenti. Insomma ero molto fiducioso.
Poi ho visto l'elenco degli ammessi (che ti allego). 43 allenatori. Come 43? ma non dovevano selezionarne 30? Quasi il 50% in più... Sinceramente mi son sentito un pò preso in giro, però ho detto vabbè, non sarà proprio un gran master, ma tutto sommato anche in così tanti, se organizzato bene, potrebbe essere un esperienza positiva.
Però poi è arrivata la doccia fredda. Ho telefonato a dei colleghi allenatori anche loro iscritti al master e cosa scopro? che chiunque potrà seguire le singole lezioni pagando appena appena di più (sembra 12,50 euro per giornata) di quello che paghiamo noi.
Insomma altro che master! alla fine saremo molti più che 40 persone; insomma il solito corso-casino camuffato da master!
Capisci ora perchè mi sento preso per i fondelli? alleno da 23 anni, e speravo di non vedere più situazioni di questo tipo.
Aggiungi poi a questo il discorso economico: in Lombardia lo stesso master costa 100 euro... perchè da noi 350? questa cifra forse era giustificata per il bando originale da 30 persone, (10.500 euro in tutto) ma ora che siamo 43 (15.050 euro) più gli esterni a 100 euro a lezione (almeno 8000 euro o più) si parla del 230% in più di guadagno per il CQR...
Io faccio l'ingegnere per vivere, e questa spesa me la posso permettere... ma molti allenatori che allenano le giovanili, a cui il master dovrebbe essere rivolto, sono studenti o giovani che non si possono permettere queste cifre. Mi sembra scandaloso che il CQR, visto che il numero dei corsisti, rispetto al bando, sarà probabilmente più che raddoppiato, non adegui anche la tassa da pagare o aggiunga altre date per compensare le promesse disattese.
Insomma io, e non solo io, mi sento veramente preso in giro. Parteciperò comunque al master, sperando in un gesto che mi smentisca, ma non credo che questo sia lo spirito che il CQN vuole dare alla qualificazione degli allenatori.
Ti ringrazio per l'attenzione, e ti prego di far arrivare queste mie parole anche a Vincenzo Ammendola, che qui in sardegna molti di noi hanno votato sperando (?) in un nuovo corso. Io gli parlerò di persona alla prima occasione.
A presto
Andrea Lazzari"
Quello che ho scritto si commenta da se. Vorrei sapere cosa ne pensate voi, anche privatamente, grazie.

martedì 3 aprile 2007

I Sistemi Rappresentazionali

Come avevo promesso commentando un post passato (clicca qui per leggerlo) , cerco di spiegare un pò più in dettaglio i sistemi rappresentazionali (da adesso li chiamo s.r.) e perché è così importante cercare di capire quelli del nostro interlocutore se vogliamo che assimili i concetti che gli stiamo trasmettendo.
Noi attingiamo informazioni dal modo che ci circonda attraverso i nostri 5 sensi; perciò, quando rappresentiamo al nostro interno le informazioni, tendiamo a schematizzarle attraverso delle sensazioni. I s.r. sono quindi i metodi attraverso il quale memorizziamo dentro noi stessi le informazioni che apprendiamo. Teoricamente sono 5, uno per ciascun senso, ma a noi ne interessano praticamente solo 3: visivo (vista), uditivo (udito) e cinestetico (sensazioni tattili e motorie).
Ogni persona ha il suo s.r. dominante, il sistema cioè che preferisce utilizzare per rappresentare le informazioni dentro se stesso. Il s.r. dominante è molto importante perchè determina molti tratti caratteriali e le capacità di apprendimento (per esempio una persona con s.r. dominante visivo apprenderà meglio leggendo o guardando un video piuttosto che ascoltando una lezione).

Ma come riconoscere il s.r. dominate del nostro interlocutore? Ci vuole un po’ di esperienza... ma cerco di dare qualche aiutino:
- I “Visivi” si riconoscono solitamente per la postura eretta, si guardano attorno con molta curiosità, Sono vivaci e usano frasi brevi con periodi meno letterari, con una gestualità molto accentuata; danno inoltre molta importanza all’aspetto estetico delle cose e delle persone. Mentre parlano utilizzano spesso parole e frasi come: “vedo”, “bello”, “è chiaro”, “guarda”, lampante”, “punto di vista”, “immagine chiara”, ecc.
- Gli “Uditivi” durante una conversazione muovono gli occhi lentamente, anche il respiro è più lento; imparano ascoltando e rispetto ai visivi sembrano più cauti e riflessivi. La voce è spesso monotona o melodica. Nei suoi discorsi compaiono spesso frasi tipo: “mi suona bene”, “senti”, “ascolta”, “nota stonata”,”parola per parola”, “tono”, ecc.
- I “Cinestetici” amano il contatto fisico e tutto ciò che ha a che vedere con tatto, gusto e olfatto; spesso giocano con oggetti quando parlano o ascoltano e hanno meno considerazione dell’aspetto delle cose rispetto ai contenuti; Memorizzano facendo pratica e spesso parlano poco. Nel parlare usano concetti del tipo “dolce”, profumato”, “duro”, “tosto”, “rammollito” “tocca con mano”, “sono teso”, “solido come una roccia”, ecc.

Per noi allenatori è ovviamente molto importante imparare a conoscere quale tipo di s.r. è dominante nei nostri atleti, perché ci consente di trasmettere l’informazione nello stesso “linguaggio” di apprendimento dell’atleta, riducendo così anche di molto i tempi di apprendimento.
Ci sono tante pubblicazioni sull'argomento per chi vuole approfondire, nel frattempo spero di avere un pò chiarito il concetto e... di non aver detto troppe cavolate :o)

lunedì 2 aprile 2007

Le rilevazioni Statistiche: diamo i numeri???

Approfitto dello spazio gentilmente offertomi da Andrea in questo blog per esporre una piccola riflessione su questo tema. Guardavo qualche settimana fa una partita di un campionato nazionale con un amico, manifestandogli le mie perplessità sulla, a parer mio, opaca prestazione in ricezione di uno dei giocatori in campo. A fine partita mi dirigo verso lo “Scout-man” per cercare il conforto dei numeri alla mia valutazione soggettiva. “Una prestazione discreta: 54% di positività e 40% di efficienza” mi sento rispondere; non contento incalzo chiedendo lumi in particolare sul quarto set (quello secondo me più imbarazzante). Grazie ai potenti mezzi messi a disposizione dal software della nota azienda bolognese del settore mi vengono proposti i dati del 4° set: 7 ricezioni totali di cui 4 (#), 1 (-) e 2 (=), il che produce 57% di positività e 28,5% di efficienza.
Col mio amico, d’accordo con me sull’incongruenza tra dato statistico e impressione dal campo, allora ci siamo chiesti se potessero esistere dei fattori di discrezionalità che potessero in qualche modo condizionare il così apparentemente ininfluenzabile responso dei numeri. Beh ne abbiamo trovato almeno 3:
1) Anzitutto il riferimento, ovvero qual è l’indice minimo di positività e/o di efficienza che costituisca la soglia per poter definire quando un giocatore abbia fatto una buona partita? Ne esiste uno unico che prescinde dalla categoria del campionato che si disputa, oppure ne esiste uno in base al livello del torneo, oppure ancora ne esiste uno individuato per ogni squadra sulla base di una media degli indici valutata nel corso dei mesi o degli anni; poi ancora si può pensare ancora di distinguere tra Libero primo e secondo ricevitore, o si individua un indice unico?
2) E’ poi così netta la differenza tra una ricezione (#) ed una ricezione (+) che non entra nel computo statistico, o è strettamente legata al palleggiatore con cui si gioca? (in altre parole, Farina il libero della Sisley ad esempio, manterrebbe le stesse percentuali di (#) se scendesse di categoria e giocasse con palleggiatori meno dotati?).
3) Infine il peso di un errore (=) in diversi momenti della partita non viene valutato dal computo statistico, anche se sappiamo tutti che sbagliare una ricezione sul 23 pari non ha lo stesso impatto che sul 3 a 5.
Alla fine abbiamo convenuto che la cosiddetta “policy” per la redazione e la elaborazione delle statistiche viene di volta in volta definita dall’Allenatore che istruisce i propri collaboratori sulle modalità di acquisizione dei dati…ma questo equivale a dire che il dato numerico che ne risulta, essendo modellato sulla discrezionalità dell’allenatore, perde quella caratteristica di oggettività che si pretendeva avesse quando nella pallavolo è stata introdotta l’elaborazione statistica.

lunedì 26 marzo 2007

Comunicare in palestra

Vorrei fare alcune riflessioni su un argomento che mi è sempre stato molto a cuore, e che credo sia determinante per l'attività in palestra: come trasferire le informazioni ai nostri atleti? A mio parere spesso ci concentriamo troppo sul contenuto dell'informazione, sia essa un consiglio, una correzione, un incitamento od un rimprovero, e ci dimentichiamo alcune regole che sono alla base della teoria della comunicazione. Cercherò di chiarire ciò che intendo schematizzando in alcuni punti qualche concetto che considero molto importante:

1 - Penso che il momento scelto per trasmettere l'informazione sia determinante. Fare, ad esempio, fare una correzione durante l'esecuzione di un esercizio ha un effetto diverso dal farla durante una pausa. Il tipo di esercizio stesso si presta più o meno a certi tipi di informazioni; per intenderci a mio parere una correzione troppo "analitica" durante un esercizio globale spesso non riesce a raggiungere l'obiettivo.

2 - Altra cosa importante è il modo con cui interagiamo con gli atleti. Alzare la voce in modo che tutti sentano piuttosto che prendere l'atleta sottobraccio e parlarli a quattr'occhi, usare o no la gestualità, parlare al collettivo o all'atleta in particolare... insomma tutte le informazioni non verbali che trasmettiamo agli atleti non devono essere affidate al caso o all'umore del momento, ma attentamente soppesate in funzione anche del "peso" che vogliamo dare al contenuto dell'informazione.

3 - Sempre riguardo al modo di comunicare, dobbiamo ricordarci sempre che non tutti gli atleti hanno le stesse capacità nel recepire gli stimoli e le informazioni. Alcuni atleti hanno necessità di "vedere" l'esecuzione di un movimento per poterlo apprendere (apprendimento "visivo") mentre altri riescono a focalizzare un movimento meglio tramite le nostre spiegazioni vocali (atleti "auditivi"), altri ancora apprendono solo "provando" il movimento su di loro (atleti "cinestetici").

Purtroppo la maggior parte delle informazioni che diamo ai nostri atleti durante l'allenamento vengono dimenticate già all'inizio dell'esercizio successivo. A me capita spessissimo. Sono arrivato alla conclusione che questo è quasi sempre dovuto agli errori che faccio nel trasmettele.
Un ultima cosa: a volte ci dimentichiamo che le informazioni che comunichiamo non debbono servire solo alla correzione di un singolo gesto tecnico o alla soluzione di una determinata situazione tattica, ma devono far parte della "maturazione" complessiva dell'atleta... ma forse qui sto andando fuori tema. Sto entrando nel campo di quella roba che gli americani chiamano "self-efficacy". Magari ne parlerò un altra volta, ok?

martedì 20 marzo 2007

La cura dei particolari.

Avete mai visto una partita di golf? Avete visto con quanta meticolosità i giocatori si preparano al colpo? La mano un centimetro giù, la punta del piede un pò più a sinistra, la gambe un pochino meno flesse... anche per il colpo più semplice, l'attenzione e la cura del particolare è maniacale. Ed è ovvio che sia così: Dove è necessaria la precisione, i particolari fanno la differenza.
Nel volley succede lo stesso. Vi siete mai chiesti la differenza che passa tra un mano-fuori e un muro in campo? ve lo dico io: talvolta bastano le mani 5 cm più a lato, o un polso un pochino più rigido... insomma un inezia.
E tra una ricezione perfetta e una dall'altra parte del campo (per capirci, un "rigore" per l'avversario)? Sono sufficienti un paio di gradi di differenza nell'inclinazione del piano di rimbalzo, o una spalla un pò più in basso.
La cura del particolare nel volley è fondamentale; con una differenza rispetto ad altre discipline: Abbiamo pochi istanti per agire.
Per ottenere percentuali alte in quasi tutti i fondamentali della pallavolo è necessario affinare la tecnica in modo maniacale. Una mano messa meglio, un piede ben piazzato, la giusta tensione muscolare nell'esecuzione di un colpo può darci quei due punti in più in un set che ci fanno chiudere 25 a 23 per noi e non per gli avversari.
Ci avevate mai pensato?

mercoledì 14 marzo 2007

I "secondi" allenatori.

Quest'anno ho allenato da solo. Ho avuto la fortuna in passato di lavorare in palestra con ottimi amici e validissimi collaboratori, ma per quanto mi rendessi conto della loro importanza, solo quando lavori da solo ti accorgi di quanto sia fondamentale la figura del secondo allenatore nell'economia di gestione della squadra, sia tecnica che del gruppo.
Bruno, Mario, Piergiorgio, Marco, e voi tutti che avete condiviso con me le gioie e dolori della panchina in passato... quanto mi mancate! Parafulmini dei miei nervi e di quelli delle giocatrici; consiglieri e strateghi preziosi, artefici di tante vittorie mai riconosciutevi; amici e confessori fedeli sempre disponibili a condividere le sconfitte; lavoratori instancabili per gli incarichi più gravosi. Insomma, vi voglio ringraziare, anche se forse un semplice grazie è poca cosa, per l'enormità del lavoro che avete svolto - nell'ombra - mentre i meriti venivano, spesso ingiustamente, attribuiti solo a me.
Poche società capiscono realmente la vostra importanza, per loro siete spesso solo un costo non necessario, vi vedono solo come lanciatori di palloni, compilatori di scout, autisti per le trasferte.
Non siete mai stati "secondi" a nessuno. Tantomeno a me, e mi auguro un giorno di essere io ad aiutare gente come voi in palestra, anche se non sono sicuro di essere alla vostra altezza.
Grazie ancora a tutti voi, "secondi" allenatori.

P.S. Da qualche settimana mi sta aiutando in palestra un ragazzo in gamba, Gabriele. Sembra incredibile, ma a conferma di quanto ho detto prima, ogni volta che c'è lui la qualità dell'allenamento cresce tantissimo.