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mercoledì 12 gennaio 2011

Programmi, modifiche inattese e improvvisazione (parte prima?).

Tutti noi allenatori arriviamo la sera in palestra (mi auguro) con il nostro bravo programma di allenamento, attentamente preparato a casa (vi evito noiose elucubrazioni su macrocili, microcicli, ecc.). La domanda è: quante volte riusciamo a svolgerlo così come lo abbiamo pensato? spesso, mai, talvolta? Per sviscerare un pò questo problema comune, penso, a tutti coloro che cercano di applicare una qualche forma di programmazione alla propria attività di allenatori, ho iniziato a chiedermi innanzitutto quali sono i motivi per cui ciò accade per poi, spero, ragionare su metodi e soluzioni per cercare di migliorare le cose (magari in un post successivo).

Allora: Perchè talvolta non riusciamo a fare, in tutto o in parte, quello che ci siamo preventivamente proposti? Provo a buttare giù un elenco dei motivi, assolutamente nell'ordine in cui mi saltano in mente e senza dettagliare, giusto come spunto di riflessione;
  1. Assenza imprevista di uno o più atleti;
  2. Assenza imprevista di un collaboratore;
  3. Più o meno gravi infortuni o indisposizioni di cui non eravamo informati;
  4. Logistica della palestra e/o attrezzature mancanti o danneggiate;
  5. Approccio negativo degli atleti all'esercizio proposto;
  6. Esercizi proposti che si rivelano inadatti alla situazione;
Sicuramente ve ne sono altri, ma almeno nella mia esperienza questi sono i principali motivi che mi spingono talvolta a modificare "al volo" uno o più esercizi in un allenamento.

Dando per scontato quello che ho detto all'inizio, e cioè che noi allenatori prepariamo sempre i nostri allenamenti con serietà e attenzione, cercando di prevedere tutti i problemi possibili, diciamo che mentre i primi quattro punti sono spesso inevitabili, gli ultimi due dipendono molto, a mio parere, dall'esperienza dell'allenatore e dalla conoscenza che egli ha del suo gruppo, intesa come capacità di prevedere le reazioni dei suoi atleti alle esercitazioni proposte. E' vero che la disciplina sportiva del nostro gruppo (dirigenti compresi) può ridurre al minimo la possibilità di trovarci nelle condizioni descritte dai punti 5 e 6, ma mi piacerebbe ragionare un pochino su queste ultime due situazioni, che tra l'altro sono molto simili tra loro.

Il nostro obiettivo in palestra, credo che su questo siamo tutti d'accordo, è sfruttare al meglio il tempo a disposizione per migliorare quelle capacità che permetteranno ai nostri atleti di giocare insieme nel modo più efficace. Detto ciò, ricordo che esistono molte pubblicazioni che correlano direttamente l'apprendimento motorio alla situazione emotiva* dell'allenamento, quasi tutti arrivando alla conclusione che l'apprendimento non avviene o avviene in forma molto limitata se l'atleta non "accetta" l'esercitazione proposta. Questo a prescindere l'esercizio in se sia valido o no.

Ciò che intendo dire è che anche il migliore esercizio, se non viene considerato valido dagli atleti o comunque non soddisfa le loro aspettative, non ci consente di giungere ai risultati sperati. In pratica stiamo usando male il tempo a nostra disposizione.

Ma perchè uno o più atleti, in determinate situazioni, tendono a reagire ad un esercitazione proposta in maniera negativa? Premetto che, nel mio modo di ragionare, la responsabilità di ciò che accade in palestra è sempre dell'allenatore, il quale deve fare di tutto per capire i problemi del gruppo e delle persone prima che esplodano e prevenire le situazioni negative con interventi più o meno drastici.

Detto ciò tenderei a classificare i motivi più o meno in quattro gruppi, tralasciando volutamente le cause esterne alla palestra, che comunque sono da tenere in considerazione:

  • Esercitazione inadatta al gruppo: Probabilmente l'esercizio proposto non è adatto alla qualità fisiche, tecniche o tattiche delle atlete. Il compito richiesto potrebbe essere troppo semplice (genera noia perchè l'atleta non ha bisogno di impegnarsi troppo per riuscire) o troppo complicato (produce frustrazione in quanto non si riesce a farlo).
  • Situazione ambientale inadatta all'esercizio: L'ambiente in cui stiamo lavorando spesso crea difficoltà nell esecuzione dell'esercitazione proposta: troppi atleti coinvolti in una palestra piccola, un esercizio poco dinamico in una giornata fredda, ostacoli che non ci consentono di spostarci liberamente, il sole in faccia che entra da una finestra, ecc. sono tutti motivi che possono indurre l'atleta a considerare l'esercizio frustrante.
  • Esercitazione inappropriata al momento: E' forse il caso più difficile da valutare, in quanto la stessa esercitatione, proposta in altri giorni allo stesso gruppo ha dato e darà risultati positivi. Può essere dovuto al fatto che il giorno abbiamo sollecitato troppo alcuni gruppi muscolari, alla stanchezza di alcuni atleti chiave (es. palleggiatore) o, talvolta, alle pressioni dovute alla stagione agonistica (es. situazione in classifica, andamento delle ultime gare).
  • Esercitazione percepita come inutile: Accade quando non abbiamo spiegato bene il fine dell'esercizio o, più in generale, quando uno o più atleti non considerano quell'esercizio come allenante e utile alla loro crescita. Capita molto spesso con gruppi e atleti esperti che hanno difficoltà ad accettare nuove metodologie d'allenamento o con giovani che si sono allenati sempre con lo stesso allenatore.
Ok. Qui mi fermo... ci sono abbastanza spunti per ragionare. In un prossimo post mi piacerebbe scrivere qualcosa su come agire per risolvere o limitare al minimo l'occorrenza di queste situazioni, perciò scrivetemi come sempre per farmi sapere il vostro punto di vista, ok?
Ciao

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* ricordo un libro interessante letto tempo fa, purtroppo non era mio ma solo in prestito, che si intitolava "Manuale di Psicologia agonistica". potete vederne un'anteprima cliccando qui  

mercoledì 1 dicembre 2010

Lavorare per oggi o per il futuro? Obiettivi e programmazione.

Mi è capitato qualche giorno fa di far due chiacchiere con un collega allenatore, impegnato con un gruppo giovanile femminile e incontrato per caso sul mio posto di lavoro, che mi ha espresso alcune sue difficoltà nel programmare le attività in palestra. In sintesi i problemi riguardavano il fatto che, a suo dire, non poteva "perdere troppo tempo" (sue testuali parole) allenando determinate cose in quanto, pur ritenendole importanti per il futuro delle sue giocatrici, al momento attuale gli creavano problemi al gioco e gli avrebbero fatto perdere le partite. Nel caso in particolare parlava del muro e di far palleggiare più di una alzatrice.

Molti di voi sorrideranno pensando che sia ovvio, in particolare se si parla di giovani, preferire la crescita tecnico-tattica nel lungo periodo alla vittoria nelle prossime gare. Sono in linea di massima d'accordo, ma se la soluzione teorica del problema pare semplice, sto iniziando a pensare che non sia così dal punto di vista pratico, almeno per gli allenatori meno "esperti", altrimenti non mi spiegherei la frequenza con cui sento altri allenatori lamentarsi di problemi simili. Ripensandoci mi sono reso conto infatti di quanto spesso, durante corsi, esami e tutte le varie occasioni di incontro con altri allenatori, mi sono sentito ripetere frasi del tipo "tanto non muriamo una palla, che faccio il muro a fare?" o "macchè primo tempo, è già troppo se facciamo qualche punto con la mezza" o ancora "lo so che è un pò presto per specializzare, ma se metto un altro alzatore perdiamo tutte le partite". Evidentemente la questione non è così ovvia, almeno non per tutti.

Ragionandoci un pò su, mi vengono in mente alcune considerazioni, apparentemente evidenti ma non semplici da pianificare in pratica. Prima cosa: Tutti in palestra siamo costretti a fare delle scelte, a causa del tempo e delle risorse a disposizione, della disponibilità degli atleti, delle aspettative della società, eccetera. Ma a prescindere dalla causa che ci costringe a scegliere, la vera domanda è questa: in base a quali considerazioni scegliamo la strada da seguire? La risposta, a mio parere, è una sola ed è lampante: in base agli obiettivi, di squadra e individuali, che ci siamo posti all'inizio della stagione e che abbiamo (spero) concordato con la società.

E qui si entra in un discorso, più ampio, che a mio parere continua ad essere troppo trascurato, soprattutto dai giovani allenatori: quello della programmazione del lavoro in palestra. Si parte dai già citati obiettivi, che devono essere condivisi da società, allenatore e, possibilmente, squadra. Per intenderci, se una società mi contatta chiedendomi di vincere un campionato giovanile, dicendomi pure che non gliene frega niente se questi ragazzi migliorano tanto sono tutti in prestito da altre società (N.d.A. non ci crederete ma in passato ho avuto una richiesta simile, ovviamente rifiutata), se accetto di allenare vuol dire che sto condividendo l'obiettivo, perciò il vincere ad ogni costo è prioritario rispetto ad altri obiettivi, e di conseguenza il lavoro in palestra è orientato al conseguimento di vantaggi nel brevissimo periodo.

Ho fatto volutamente un esempio limite per evidenziare l'importanza della scelta degli obiettivi, e della conseguente programmazione del lavoro (che non vuol dire solo scriversi gli allenamenti, come qualcuno crede), nella nostra attività di allenatori, importanza troppo spesso trascurata. Non è un caso che quando ho fatto la domanda, all'allenatore di cui vi ho parlato all'inizio, su quali obiettivi si era posto all'inizio dell'anno, lui mi ha detto praticamente tutti quelli possibili: "miglioraremaanchevinceremaanchedivertirsimaanche...". L'obiettivo del lavoro di una stagione non è mai unico, ma non possiamo neanche pensare di fare tutto. Diamoci delle priorità, senza esagerare. Se poi ci accorgiamo che abbiamo sottostimato gli obiettivi sarà facile aggiungerne altri, toglierli è molto più difficile. Se facciamo queste valutazioni con un pò di pazienza ed attenzione, le scelte da compiere durante la programmazione del lavoro in palestra ci appariranno più facili, e la strada da seguire sarà, forse, un pò più chiara.

lunedì 15 novembre 2010

Filosofia e pallavolo

Domenica giornatona di volley a Cabras: corso allenatori la mattina e finali del Round Robin di Lega Femminile tra, in ordine di classifica finale, Spes Conegliano, Norda Foppapedretti Bergamo, Yamamay Busto Arsizio e Riso Scotti Pavia.

Sulle partite non tanto da dire. Sicuramente è stato bello vedere queste fantastiche atlete sfidarsi stando seduti praticamente a livello campo, anche se le tante assenze, distribuite più o meno in tutte le formazioni, delle stelle italiane e straniere impegnate ai mondiali in giappone ha inciso sicuramente sugli equilibri di gioco. Non ha aiutato poi la scelta del campo di gioco, ottimo per la visuale ma scomodo per gli spettatori, sicucuramente insufficiente ad ospitare partite di questo livello, con pochi spazi di manovra per le squadre. Non ho contato quante belle difese sono terminate sulle travi del soffitto o in tribuna. Complimenti comunque alla società Gymland che ha ospitato e organizzato l'evento, alla sua seconda edizione, insieme al comitato FIPAV di Oristano.

Ma ciò di cui voglio raccontare riguarda il corso della mattina, in cui ho avuto la possibilità di sentir parlare l'allenatore della Spes Conegliano Dragan Nesic (che abbiamo visto a cagliari qualche mese fà come allenatore della nazionale femminile bulgara) e un giovane e bravo preparatore atletico del suo staff.

Ciò di cui Dragan ha parlato è stato il suo modo di concepire l'allenamento e la pallavolo in generale, in particolare concentrandosi sull'attacco e la difesa. La qualità dell'approccio dell'atleta verso l'allenamento, la ricerca della perfezione e le richieste dell'allenatore in questo senso sono stati gli argomenti che hanno fatto da filo conduttore a tutta la mattinata con interessanti accenni alla comunicazione in palestra e agli interventi dell'allenatore. Lui ha intitolato il suo intervento "Filosofia della pallavolo". Un concetto interessante, che condivido ampiamente, in quanto è quello che spesso manca, a mio parere, agli allenatori più giovani, eccessivamente concentrati sui problemi tecnico-tattici ma che troppo frequentemente dimenticano gli obiettivi complessivi del lavoro in palestra e dell'approccio metodologico all'allenamento e, più in generale, alla vita in palestra.

Filosofia, una parola che assume un significato importante se accostata ad uno sport. Significa interrogarsi sul senso del fare una attività sportiva e interrogarsi su come approcciarsi ad essa, su come viverla, sul perchè farla. C'è bisogno che noi allenatori ragioniamo di più su questi concetti, perchè la metodologia dell'allenamento non può essere solo figlia della tecnica e della fisiologia, pena la sua assoluta inefficacia. Abbiamo in palestra persone, e troppo spesso ce ne dimentichiamo. Dobbiamo essere inflessibili nel richiedere la perfezione nell'allenamento, ma dobbiamo richiederla soprattutto come approccio mentale, trasmettendo il concetto che l'obiettivo è "vincere sempre, non vincere ogni tanto" così come dobbiamo convincere l'atleta che bisogna allenarsi bene sempre, non ogni tanto.

Bravo Dragan, un bella lezione per tutti noi.

mercoledì 9 aprile 2008

Il rinforzo: istruzioni per l'uso

Leggevo proprio ieri un interessante articolo di Cei sull'uso del rinforzo nello sport. Ho trovato molto interessanti alcuni concetti che esprime, in particolare su quando usare il rinforzo e su cosa applicarlo... Scusate, ogni tanto dimentico che non tutti quelli che mi leggono sono allenatori. Ricopio la definizione di rinforzo fornita dall'autore: In psicologia per rinforzo s'intende un "qualsiasi evento suscettibile di aumentare la probabilità di emissione di una risposta". I rinforzi possono essere positivi o negativi a seconda che tendano a incoraggiare o inibire un specifico comportamento, pensiero o sentimento. Per fare alcuni esempi, un semplice "bravo", un occhiataccia, un urlo, un premio o una punizione possono essere considerati dei "rinforzi". Tra le cose che mi hanno fatto pensare, riporto testualmente questi tre punti:

"1) Rinforzare la prestazione e non solo il risultato. Ogni atleta desidera essere rinforzato per la qualità della sua prestazione più che per la vittoria. Talvolta, invece, l'allenatore è più preoccupato a vincere o a non perdere un incontro piuttosto che essere interessato alla prestazione dei suoi atleti. Un comportamento esasperato in questa direzione conduce gli atleti a pensare che l'allenatore non è interessato a loro ma solo alla vittoria.
2 ) Rinforzare gli atleti per l'impegno e non solo per il loro successo. Per imparare nuove abilita o migliorare quelle già apprese bisogna fornire il massimo dell'impegno consci che si commetteranno anche degli errori e che solo continuando in questo modo la prestazione migliorerà. Quando l'atleta sa che l'allenatore richiede il massimo dal suo impegno, e che per questo viene rinforzato non avrà paura di provare e riprovare. Al contrario, se si aspetta di venire premiato solo in base al risultato di una prestazione e possibile che abbia paura di sbagliare pensando alle conseguenze negativo di un insuccesso. Comportandosi in questo modo l'allenatore favorisce l'insorgere dell'ansia e dell'insicurezza nei suoi atleti, che potrebbero anche ridurre il loro impegno, concentrandolo solo sulle abilità che padroneggiano con successo.
3) Rinforzare i piccoli miglioramenti e non solo il raggiungimento di grandi obiettivi. L'impegno e il miglioramento vanno rinforzati con continuità. Ogni atteggiamento o comportamento dell'allenatore nei riguardi di ciò che avviene sul campo o in palestra funziona da rinforzo per l'atleta. È bene, quindi, essere consapevoli del proprio modo di stare in relazione con gli atleti, servendosi in modo continuato e non saltuario delle proprie reazioni per rinforzare e incoraggiando i comportamenti ritenuti positivi ed efficaci per
l'attività svolta."


Quante volte mi sono comportato così? E quante volte ancora oggi faccio questi errori? Troppo spesso noi allenatori siamo più interessati al vincere o al perdere un punto, una gara o un campionato, piuttosto che premiare la qualità della prestazione. Premiamo gli atleti che raggiungono gli obiettivi posti, ma raramente lodiamo l'impegno se l'obiettivo non viene raggiunto.

Questo articolo mi ha dato da pensare... per chi vuole leggerlo tutto, lo trovate integralmente qui. Ciao

mercoledì 12 dicembre 2007

La Motivazione negli atleti "maturi"

Mi capita quest’anno di vivere in prima persona la gestione dei problemi motivazionali nei gruppi cosiddetti “variegati”, quelli cioè in cui convivono insieme giovani di belle speranze con giocatori evoluti, convogliati insieme per un unico obbiettivo di squadra.
Generalmente si attrezza una squadra giovane per affrontare campionati seniores con l’ausilio di due o tre elementi di tasso tecnico elevato che possano sopperire ad eventuali limiti tecnici e psicologici dei giovani compagni. In una realtà del genere si può ben capire che per un atleta giovane la stagione diventa doppiamente stimolante, sia perché con l’incremento del tasso tecnico aumenta il livello di competitività della squadra di cui il giovane è parte integrante, sia perché durante gli allenamenti l’attenzione, alimentata dallo spirito di emulazione verso i compagni più esperti, rimane sempre elevatissima.
Ci siamo invece mai posti il problema dei cosiddetti “anziani”, in altre parole come si fa a tenere alto il livello di motivazione in atleti cosiddetti “maturi” che devono quotidianamente convivere con i rendimenti altalenanti e le mancanze di continuità dei loro compagni più giovani?
Al di là dei cosiddetti incentivi economici che possono convincere un atleta esperto a mettersi in discussione con un gruppo più giovane è innegabile che ci sia anche una componente psicologica che non bisogna trascurare.
In alcuni casi penso che ci sia una predisposizione naturale per alcuni senior ad accettare questo ruolo di “coach” aggiunto dentro e fuori dal campo (in altri termini non tutti sono disposti a tollerare allo stesso modo la mole di errori e la mancanza di continuità di prestazione di un ragazzo durante gli allenamenti o le partite), per cui questa “missione” di contribuire alla crescita del giovane pallavolista è in questi atleti automotivante.
Ma non sempre questo accade, ed allora l’allenatore deve intervenire cercando quegli spunti affinché il livello di attenzione e di buona predisposizione verso l’obbiettivo comune di squadra rimanga sempre alto onde evitare che si generino preoccupanti situazioni destabilizzanti per il gruppo che talvolta possono portare anche a dolorosi allontanamenti (volontari o coatti).
In cosa consistono questi spunti? Beh si parte dal presupposto che per qualunque giocatore, per quanto anziano o esperto o blasonato, è impossibile che non esistano degli aspetti tecnici o tattici per i quali non ci siano ulteriori margini di miglioramento. E proprio da qui che secondo me bisogna partire, fissando anche con questi atleti dei piccoli obbiettivi tecnici o tattici per i quali ci si aspetta un feedback positivo nel corso della stagione. (ad. es. l’alzata in bagher per un palleggiatore evoluto, o il miglioramento di una direzione del bagher laterale per un ricevitore, o l’alzata per un centrale, o una tecnica difensiva…)
In questo modo si dovrebbe ottenere un duplice risultato:

  • Il livello di motivazione per questi atleti, che non si sentono più soltanto delle “balie asciutte”, dovrebbe rimanere inalterato durante tutta la stagione, finalizzato al raggiungimento del loro obbiettivo individuale.
  • La presa di coscienza di non essere perfetti ma di avere margini di miglioramento li dovrebbe rendere sicuramente più tolleranti nel sopportare le lacune dei giovani compagni.

lunedì 12 novembre 2007

Spostarsi e fermarsi.

Uno dei problemi più grossi in cui spesso mi imbatto quando inizio a lavorare con un nuovo gruppo è fare in modo che gli spostamenti di gioco, soprattutto di chi non è immediatamente coinvolto nell'azione in corso, avvengano nei momenti giusti. Noi allenatori prepariamo gli atleti ai loro compiti e gli indichiamo le zone del campo dove devono svolgerli, ma spesso trascuriamo di insegnargli come vanno gestiti i tempi tra un compito ed il successivo.
Ok, ok... mi sono spiegato malissimo. cerco di chiarire cosa intendo. A mio parere anche i tempi di spostamento in campo devono essere fortemente legati alla lettura di ciò che avviene nel mio campo o in quello avversario. Il concetto fondamentale è che bisognerebbe effettuare gli spostamenti durante le fasi di volo della palla, mentre nelle fasi di tocco si dovrebbe essere il più possibile stabili e pronti a reagire ad un nostro tocco anomalo o ad una azione avversaria imprevista.
Facciamo due esempi, uno in fase di ricezione e uno in fase break.

1) Sono un attaccante in prima linea non coinvolto nella ricezione della mia squadra. appena l'avversario serve mi sposto il più velocemente possibile nella zona del campo a me assegnata, ma nel momento in cui un mio compagno effettua la ricezione devo essere stabile, con una postura che mi consenta sia di prepararmi per l'attacco sia di intervenire rapidamente in caso di errori. Una volta che vedo la ricezione, mentre la palla è in volo verso il palleggiatore, inizio la mia rincorsa (1° o 2° tempo) o mi preparo a partire (3° tempo).

2) Abbiamo appena attaccato e l'avversario è riuscito a difendere. Esco dalla posizione assegnatami per la copertura e, mentre la palla è in volo e il loro alzatore è in procinto di palleggiare, mi muovo verso la mia posizione preventiva di divesa sul primo tempo. Un attimo prima che il loro palleggiatore tocchi il pallone sono "fermo" e pronto a reagire a ciò che loro faranno. Se l'alzatore avversario non attacca o non gioca il primo tempo, mi sposterò durante l'alzata verso la mia successiva zona di difesa, fermandomi un attimo prima del colpo dell'attaccante per prepararmi alla difesa.

In conclusione, credo che quando è possibile gli spostamenti nella pallavolo devono essere concentrati al massimo durante le fasi di volo della palla, mentre durante i tocchi si dovrebbe essere "fermi" o meglio in una postura stabile che consenta di intervenire anche in situazioni impreviste.

martedì 16 ottobre 2007

Ancora sulla fase break.

Ritorno su questo argomento per approfondire un commento di Baldereschi (PS ciao Alberto, ci vediamo domenica) al mio post di settembre sulla fase break. Ha puntualizzato un aspetto a mio avviso molto importante, su cui concordo pienamente: distinguere la fase break in due azioni distinte, a seconda che l'avversario attacchi in maniera efficace oppure ci restituisca una palla facile.

Distinguere, almeno per come intendo io la parola, vuol dire praticamente dare disposizioni differenti ai propri per affrontare le due situazioni, allenando entrambe e chiarendo la differenza di comportamento tra le due. Io per esempio, ma credo che anche molti di voi facciano scelte simili, in caso di palla facile chiedo al palleggiatore di disinteressarsi della difesa e di piazzarsi subito in zona d'alzata, affidando ad altri giocatori, solitamente il posto 6 e/o il posto 2 a seconda che il palleggiatore sia in prima o in seconda, di occuparsi dell'appoggio difensivo al posto del palleggiatore.

Il problema principale nell'usare tattiche simili è che tutta la squadra deve avere lo stesso concetto di "palla facile", in modo da comportarsi tutti allo stesso modo ed evitare che alcuni giocatori "leggano" una certa situazione e altri no. L'allenamento alle diverse situazioni è fondamentale nel costruire questa forma di "affiatamento" che porti la squadra ad adattarsi come un unico organismo ai diversi problemi creati dall'attacco avversario.

Come in quasi tutte le forme di allenamento, è importante a mio parere che l'allenatore sovrintenda questo processo prima separando l'allenamento delle distinte situazioni , in modo che ciascuno abbia chiari i suoi compiti in un caso e nell'altro, per poi avvicinarsi alla realtà del gioco mescolando le due situazioni con esercizi sintetici e globali.

martedì 9 ottobre 2007

Gli errori sono tutti uguali?

Una cosa di cui non si parla tanto è l'impatto degli errori, nostri e dell'avversario, sull'andamento della gara e sul rendimento dei singoli giocatori. Eppure chi ha lavorato un pò con gli scout sà che con l'abbassarsi del livello tecnico cresce l'influenza degli errori sul punteggio; spesso anche in incontri di alto livello gli errori sono la causa principale dei punti.
Ragionandoci un pò su, direi che esistono almeno tre tipi di errori:
1) Errori "non procurati" dall'avversario: Sono gli errori la cui responsabilità è dovuta alla cattiva esecuzione tecnica di un'azione di gioco, senza che l'avversario abbia fatto nulla per metterci in difficoltà. Non sempre sono attribuibili ad un singolo giocatore. Un esempio può essere l'attacco in rete dopo una buona alzata, oppure un bagher di appoggio sbagliato, ecc.
2) Errori "indotti" dall'avversario: In questo caso sono gli avversari che, con il loro attacco, il loro muro o la loro battuta inducono all'errore la nostra squadra. Esempi? Un giocatore a muro che abbocca ad una finta, o anche un difensore ben piazzato che viene colpito da una schiacciata avversaria senza riuscire a controllare la difesa.
3) Errori "tattici". Sono tutti quegli errori dovuti alla cattiva esecuzione dei compiti tattici e di organizzazione di gioco. Non sempre hanno come conseguenza il punto per l'avversario, ma più spesso sono causa delle due categorie di errori precedentemente descritte. Un esempio può essere l'errato piazzamento difensivo o un incomprensione tra alzatore e attaccante.

L'abilità di un allenatore nella correzione degli errori sta spesso proprio in questo processo: Capire l'errore, individuarne la causa, scegliere le esercitazioni corrette per eliminarlo. Ovviamente non è facile, soprattutto se a ciò si aggiunge la diversa "sensibilità" all'errore tra gli atleti e gli allenatori. Ho notato, e qui mi piacerebbe sapere se è così anche per voi, che gli atleti considerano errori "importanti" solo quelli non procurati, i più evidenti e i primi che ho descritto. Gli altri due tipi di errore spesso non li considerano veri e propri errori, e il ricorso all'alibi è ancora più evidente (l'avversario ha schiacciato troppo forte, non mi sono messo là perchè..., eccetera).
Trovo sempre molta difficoltà nel far capire all'atleta che è un errore grave anche un piazzamento sbagliato, una disattenzione, il non controllare una palla che ci colpisce, e così via. Capita anche a voi?

Un ultima cosa, che probabilmente meriterà un prossimo post: Mi capita spesso di intervenire su atleti che, per paura di fare un certo errore, ne fanno di più gravi. L'esempio che mi viene in mente è il giocatore che pur di non rischiare di venire murato attacca su traiettorie improbabili schiacciando in rete o fuori. E' evidente che ciò avviene perchè nella sua sensibilità l'essere murati è più grave di schiacciare fuori o in rete (per me ovviamente è il contrario). Ma come dicevo di questo parlerò meglio in un prossimo post.

lunedì 24 settembre 2007

L'allenamento della fase break

Vorrei dire due parole sulla fase break, cioè l'azione in cui una squadra si trova impegnata nei fondamentali di muro, difesa e nel successivo contrattacco. Questa fase presenta notoriamente molte più variabili rispetto al cambio palla, in quanto l'attacco avversario è sicuramente più vario rispetto al servizio in termini di traiettoria, velocità, tipo, ecc.; inoltre ogni squadra e ogni giocatore ha le sue caratteristiche peculiari, e tutto ciò rende molto difficile ricondurre la situazione di break a delle esercitazioni valide da proporre durante l'allenamento.

Su quanto ho appena detto siamo probabilmente tutti d'accordo. Il problema però rimane: come la alleniamo? Sicuramente alla base di tutto c'è il lavoro individuale, analitico e sintetico, sulla tecnica dei fondamentali coinvolti. Ma non basta. A mio parere la fase break è la fase in cui maggiormente si vede l'affiatamento tra i giocatori e la componente situazionale della pallavolo viene esaltata al massimo. Perciò penso che il lavoro globale si adatti molto bene ad allenare questa situazione. Certo, "lavoro globale" vuol dire tutto e niente. Diciamo che a me piace proporre delle esercitazioni a punteggio "zona contro zona", in cui si riducono le opzioni sia al palleggiatore (attacco solo da determinate zone del campo) sia agli attaccanti (attacco solo verso certe zone del campo). Tra l'altro questo tipo di esercitazioni consentono di lavorare anche con un numero ridotto di giocatori (8/10), cosa che purtroppo accade spesso nelle nostre categorie intermedie.

Una cosa che, invece, non mi convince molto sono le esercitazioni con un allenatore che attacca dalla panca dietro la rete. Le ho usate in passato e talvolta le trovo ancora utili per definire meglio le disposizioni muro-difesa, ma una volta chiari i compiti assegnati a ciascun atleta le ritengo troppo "standardizzate" e lontane dalle situazioni reali. Beninteso, non dico che non siano utili, ma credo che una situazione difensiva deve prevedere un attacco reale dall'altro lato. Secondo me la panca va bene per chiarire una situazione di gioco, non per allenarla una volta acquisita.

Una cosa poi che bisogna ricordare è che, a medi livelli ed in particolare nel femminile, si giocano normalmente molte più fasi break che cambio palla. Da delle semplici statistiche che mi ero fatto un paio di anni or sono su diverse partite di C femminile, era venuto fuori che in gara la mia squadra giocava mediamente dalle tre alle cinque fasi break per ogni fase di cambio palla. Non dico con questo che bisogna allenare il break quattro volte di più (in termini di tempo) rispetto al cambio, ma sicuramente bisogna dargli l'attenzione che merita, in particolare dopo l'introduzione dell'RPS.

E voi? come preferite allenare questa fase?

mercoledì 29 agosto 2007

Ricominciamo... con la "preparazione"

Dopo un pò di (meritate!) vacanze, si ritorna (finalmente?) in palestra.
E subito quindi si ricomincia a parlare di quella fase del lavoro, ormai quasi mitizzata dagli atleti come periodo durissimo di sofferenza e passione, della "preparazione".

Un tempo si definiva preparazione "atletica", memoria di settimane trascorse senza toccare un pallone ma facendo cose spesso più adatte ad un film di Stallone che a un campo di pallavolo. Oggi si sentono termini più coloriti e fantasiosi, tipo "riattivazione motoria" o "risveglio funzionale"... boh, chiamatela come volete. alla fine si tratta sempre dello stesso problema per gli allenatori: Prendere un gruppo di atleti che negli ultimi mesi hanno svolto attività diverse e trasformarli in una squadra che giochi a qualcosa che assomigli il più possibile alla pallavolo, e per almeno 5 set!

Nel maschile è, solitamente, più semplice, almeno dal punto di vista "atletico". I maschi tendono a essere generalmente più "attivi" durante la pausa estiva, quasi tutti giocano a calcetto, beach volley, racchettoni... tra le donne invece la percentuale di chi trascorre l'estate attivamente è di solito più bassa. Se siamo fortunati circa la metà delle nostre atlete si sono mosse in qualche modo durante l'estate, le altre si sono sdraiate ad abbronzarsi al sole a giugno e si sono rialzate a settembre. Sigh.

In ogni caso, probabilmente a causa dei cambiamenti nei modelli di prestazione (a seguito del rally point system) e dell'allungarsi delle durate dei campionati, che ha spesso ridotto il periodo di preparazione a poche settimane, la tendenza che mi pare di cogliere parlando con gli allenatori è quella di lavorare sulla tecnica e sulla tattica, anche di squadra, già dai primi giorni di lavoro e parallelamente al lavoro fisico. La cosa importante è programmare bene il lavoro, soprattutto quando si ha a disposizione poco tempo.

Purtroppo scrivere con attenzione i propri programmi di lavoro, che siano annuali, mensili, settimanali o per i singoli allenamenti, è un attività che vedo ancora troppo spesso trascurata, almeno da noi in Sardegna. Non mi stancherò mai di insistere sul fatto che il lavoro fatto casa è importante quanto, se non di più, del lavoro in palestra. Ma su questo argomento ritornerò di sicuro a breve. Nel frattempo, auguro a tutti una buona annata sportiva. In bocca al lupo e a presto.

mercoledì 25 luglio 2007

Motivazione e volitività

Ho ripreso i programmi di alcuni allenamenti sulla difesa fatti diversi anni fa. In uno avevo scritto, cerchiato e sottolineato più volte una frase: "serve + volitività". Mi sono ricordato di quell'allenamento: Ero molto inc...ato perchè, nonostante una buona tecnica individuale, alcune mie atlete "rinunciavano" a certi palloni in difesa. Credo che sia una cosa che capita a tutti... ma come agire per evitarlo?

Mi sono andato a guardare gli allenamenti dei mesi successivi e dagli appunti ho visto che avevo deciso di lavorare, inserendo delle modifiche nella "gestione" e nella disciplina degli esercizi più che negli esercizi stessi, su alcuni aspetti "mentali" i quali, ripensandoci adesso, credo siano importanti anche per altri fondamentali, non solo per la difesa. Le cose su cui avevo deciso di lavorare erano:

1) Provare sempre su tutti i palloni: avevo posto la regola che ogni volta che una palla cadeva (durante TUTTI gli esercizi in cui era prevista una difesa, da quelli sintetici a quelli globali) e il difensore mi sembrava avesse rinunciato a provarci, quella palla doveva essere immediatamente seguita da due-tre palloni più difficili del precedente. Avevo iniziato a girare sempre con due palloni sotto le braccia proprio per essere rapido e non fare pause troppo lunghe.
2) Aspettarsi sempre la palla. Ho eliminato il maggior numero di esercizi possibile in cui gli attaccanti avevano una scelta obbligata.
3) Non accontentarsi mai. Ho cercato di inserire, nelle esercitazioni in cui era possibile, un sistema di riferimento e di punteggio (talvolta premiante) per la precisione del difensore, in modo che non si accontentasse solo di non farla cadere (anche sugli attacchi più difficili), ma cercasse sempre di indirizzare il pallone in alto e all'interno del campo.
4) Non tollerare l'errore. Ho usato sistemi di punteggio, in particolare durante le fasi globali, che portassero al sanzionamento della palla toccata ma non difesa.

Il lavoro era ovviamente corredato dagli opportuni incitamenti e "stimoli" verbali, però in tutte le situazioni ho preferito evitare di inserire sistemi punitivi, non perchè non sia d'accordo sul loro uso in certi casi (che comunque ritengo debba essere ridotto al minimo indispensabile) ma perchè in quel particolare contesto non credo che fossero "produttivi".

Se ho ottenuto dei risultati? Io credo di sì, l'efficienza della difesa è generalmente aumentata, qualche giocatrice ha iniziato a "rinunciare" un pò meno... se poi ciò è dovuto al lavoro specifico o al solo fatto che ho aumentato il tempo dedicato alle esercitazioni orientate principalmente alla difesa... beh, questo non lo saprò mai.

domenica 8 luglio 2007

Allenare i "riflessi"?

Vagando tra i forum ed i blog di volley che leggo saltuariamente, mi sono imbattuto in una domanda, postata probabilmente da un giocatore che ha il ruolo di libero, che mi ha interessato molto: E' possibile allenare i riflessi? Mamma mia, ho pensato, bella domanda... così ci ho ragionato un pò su, tanto per cercare di chiarirmi le idee e provare ad arrivare ad una risposta plausibile. Vi riporto il risultato di questo "brainstorming":

Per iniziare, a mio parere, quando genericamente parliamo di "riflessi" probabilmente intendiamo un insieme di almeno quattro attività, consecutive ma distinte, che il nostro organismo compie dal momento in cui avviene l'evento al quale dobbiamo reagire fino a quando iniziamo a muoverci, e cioè:
1) osservazione e valutazione dell'evento
2) scelta della corretta risposta motoria;
3) trasmissione dell'impulso nervoso dal cervello al sistema motorio (muscoli);
4) attivazione delle fibre muscolari interessate e conseguente inizio del movimento.
Il problema è come intervenire per migliorare la rapidità e l'efficenza di questo processo.

Iniziamo dalla fase 1: credo che per migliorarla si deve lavorare sull'attenzione e la concentrazione. L'atleta deve allenarsi a riconoscere e concentrare l'attenzione sui particolari che possono influire sull'azione, cercando di escludere tutto il resto. Inoltre è importantente aumentare al massimo la volitività, creare in pratica una forma mentale che sia "aggressiva" verso il pallone.

La fase 2 è a mio parere la fase più importante, su cui tutti gli allenatori dovrebbero lavorare molto, in particolare coi giovani. Troppo spesso infatti l'errore viene fuori non tanto da una lentezza nell'intervento, ma a causa di una scelta errata della tecnica da usare. Noi allenatori ci preoccupiamo giustamente di far acquisire ai nostri atleti le diverse tecniche, ma trascuriamo spesso di insegnare a scegliere tra queste tecniche, delegando al tempo e all'esperienza dell'atleta la scelta tra le diverse opzioni del suo bagaglio tecnico.

La fase 3 è forse quella meno allenabile in modo specifico, anche perchè tutto avviene in tempi nell'ordine dei millisecondi, perciò un miglioramento in questa fase non credo consentirebbe miglioramenti sostanziali sull'azione complessiva.

La fase 4 è la parte "muscolare" della reazione, perciò è allenabile lavorando sulla capacità dei muscoli a contrarsi rapidamente... ci sono intere bibliografie sull'argomento, perciò non vi tedio discutendo di reattività e forza "esplosiva".

Per concludere, credo che se lavoriamo bene sulle fasi 1,2 e 4, la somma dei miglioramenti porterà ad un incremento sostanziale della velocità di reazione ed intervento... insomma, diciamo dei "riflessi". Se poi qualcuno di voi ha proposte di attività o altre esperienze in merito fatemele sapere, perchè l'argomento mi interessa molto.

martedì 19 giugno 2007

La specializzazione nei settori giovanili.

Domenica ho avuto l'occasione di sentir parlare Velasco. Bella chiaccherata, ha toccato molti argomenti e dato spunti interessanti, come solo un uomo di grande esperienza come lui sa fare. Uno di questi spunti ha riguardato un problema molto dibattuto negli ultimi anni: Cosa insegnare nei settori giovanili? insegnamo un pò di tutto, dedicando però poco tempo ad ogni gesto, oppure ci concentriamo solo su alcune azioni, cercando di insegnargli poche cose, ma bene?

Ovviamente Velasco ci ha spiegato la sua opinione, che volutamente non voglio riferirvi anche se la condivido, perchè il carisma del personaggio forse porterebbe a sposare il suo pensiero senza ragionarci un pò su. Il fatto è che quando alleniamo un settore giovanile, normalmente non abbiamo molto tempo a disposizione in palestra. Spesso è già tanto se abbiamo a disposizione 3 allenamenti da 90 minuti. Certo, possiamo far lavorare alcuni atleti anche con altri gruppi, ma pur essendo molto utile questo sistema spesso non ci consente di programmare in quel tempo un lavoro organico col resto degli allenamenti. Inoltre quasi mai è possibile farlo per tutti i ragazzi.

Perciò siamo costretti a fare delle scelte. Bella scoperta, ne facciamo continuamente direte voi. Ovviamente non si discute che a tutti i ragazzi si debbano insegnare i tocchi di base (palleggio, bagher, ecc.), ma per quanto riguarda determinate azioni "specializzabili", tipo ricezione, alzata, ecc. come ci comportiamo? Le scelte sono almeno due, con relativi vantaggi e svantaggi. Facciamo l'esempio dell'alzata:

1) Dedichiamo lo stesso tempo a tutti gli atleti. Facciamo cioè in modo che tutti i ragazzi si allenino e giochino a turno ad alzare al compagno, con gli stessi intervalli, anche in gara. In questo modo sposto la specializzazione dell'alzatore in tempi successivi, permettendo a tutti di provare le sensazioni e le difficoltà nell'alzare la palla. Nel contempo però la qualità del mio gioco sarà molto bassa, le alzate saranno mediamente molto fallose ed imprecise e di conseguenza sarà per tutti più difficile eseguire i colpi successivi (schiacciata e difesa).I tanti errori rischiano di non dare continuità al gioco, con il probabile effetto di ridurre il divertimento.

2) Facciamo alzare di più a chi ci sembra più dotato, differenziando il lavoro sia in allenamento che in gara. In questa maniera riusciamo a lavorare maggiormente sulle doti naturali di ciascuno e miglioriamo la qualità delle alzate e del nostro gioco, con maggiore soddisfazione dei ragazzi. Nel contempo però limitiamo la possibilità ad alcuni di provare ad alzare, rinviando a tempi successivi l'insegnamento dell'alzata se si vedrà la possibilità di farli giocare come alzatori.

Stesso discorso si può fare per la ricezione e per altre azioni del volley. Credo che con entrambi i metodi si possano ottenere dei risultati, ma quello che probabilmente abbiamo sempre trascurato è l'impatto che questa nostra scelta, allenare un poco di tutto o poche cose ma bene, avrà nella testa dei ragazzi e nella loro percezione della pallavolo.

lunedì 11 giugno 2007

Alcune differenze tra A1 e B2

Mi è ricapitato tra le mani uno studio del 2004 sul maschile fatto da Caramagno, Franzò e Prefetto di cui avevamo discusso in un corso ad Alberobello l'anno scorso. E' un interessante analisi del modello di prestazione per la serie B2, con diversi paragoni alla serie A1. Voglio darvi alcuni dati che scaturiscono da questo studio perchè li trovo utili per capire come cambiano i modelli di prestazione al variare la categoria.

Un primo dato che salta agli occhi è la durata media delle fasi attive (palla in gioco) e passive. In serie A1 infatti la fase attiva dura in media 5,2", la fase passiva 13,8". E in B2? la fase attiva 7,2" (+38%) e la passiva 17,1" (+24%). Ciò comporta una durata media del set pari al 28,5% in più (18,5' in B2, 14,4' in A1).

La domanda è: questi dati influiscono sui metodi e i tempi dell'allenamento? A mio parere si, ma in che misura credo che sia una variabile soggettiva per ciascun allenatore. In ogni caso è evidente che al calare del livello aumenta l'impegno del metabolismo aerobico "intermittente".

Un altro dato che si evidenzia è il numero di salti medi per ruolo. in B2, con una media di 218 azioni per gara, il giocatore che salta di più è il centrale, che fà 112 salti (0,52 per azione), contro i 90 dell'alzatore, i 76 dell'opposto e i 70 del posto 4. Bella scoperta, direte voi, lo sanno anche i bambini che il centrale è quello che salta di più!
E invece non è così ovvio. Sapete chi è che salta di più in A1? Vi sembrerà strano (però se ci pensate bene, neanche più di tanto), ma è il palleggiatore, con 136 salti su 221 azioni di gioco (0,64 salti per azione!), segue il centrale con 97 salti, poi l'opposto con 88 e infine lo schiacciatore "di mano" con 65.

Se devo dare un mio parere su questi dati, mi viene da dire che il palleggiatore, che salta moltissimo anche in B2 (più degli schiacciatori), spesso non viene allenato abbastanza su questo aspetto. Vi siete mai chiesti, durante l'allenamento, quanto alleniamo il palleggiatore al salto? più o meno degli schiacciatori?

Ho volutamente semplificato il ragionamento, limitandomi al salto, ma se teniamo conto delle penetrazioni continue e degli spostamenti a cui è obbligato un palleggiatore, mi viene logico pensare che sia il ruolo che ha bisogno di un maggior lavoro aerobico (intermittente) rispetto agli altri. Lo sò che i sacri testi dicono che la pallavolo è uno sport prevalentemente anaerobico... però forse diamo troppe cose per scontate.

lunedì 14 maggio 2007

Il compromesso Velocità/Precisione

Più o meno tutti abbiamo imparato, col tempo e con l’esperienza, che aumentando la velocità di un movimento cala la precisione dello stesso. Però probabilmente non tutti sanno che questo fenomeno è stato molto studiato in passato e continua ad essere argomento di discussione anche ai giorni nostri. Il pioniere di questi studi è stato sicuramente lo psicologo statunitense Paul Fitts, il quale già negli anni ’50 aveva elaborato una legge, nota proprio come Legge di Fitts(1), che lega in scala logaritmica l’ampiezza di un movimento, la sua precisione ed il tempo del movimento stesso.
In pratica è stato dimostrato che quando viene richiesto un movimento rapido, a parità di ampiezza, la precisione diminuisce esponenzialmente.
Questa nozione di “compromesso” tra velocità e precisione è stata successivamente molto studiata e applicata ad ambiti diversi, ma nonostante siano stati introdotti ad oggi modelli molto più accurati(2), basati su test sperimentali, rimangono parecchie domande senza risposta. In particolare non si è ancora compreso totalmente perché il nostro sistema psicomotorio ci fa perdere accuratezza quando viene richiesta una maggiore velocità.

Rimane il fatto, ampiamente dimostrato sperimentalmente, che ciò avviene. In particolare, quando eseguiamo movimenti molto rapidi (meno di 0,2 secondi) come un attacco nel volley, un rovescio di tennis o una battuta nel baseball, la rapidità dell'azione non ci consente di correggere il movimento durante la sua esecuzione rispondendo agli stimoli sensoriali (feedback), perciò l’esecuzione del movimento è affidata quasi esclusivamente agli schemi motori che sono stati costruiti con l’allenamento e l’esperienza, cioè osservando il risultato del movimento fatto e cercando di applicare la correzione nella ripetizione successiva.

Perciò, quando si vuole “allenare” la precisione di un colpo che richiede anche potenza (cioè rapidità, in quanto a parità di lavoro la potenza aumenta al diminuire del tempo di esecuzione del lavoro stesso) è necessario ripetere molte volte il movimento, ma bisogna fare attenzione a lasciare il tempo all’atleta di osservare con calma il risultato dell’azione tra una ripetizione e l’altra, magari aiutandolo con qualche osservazione verbale.
E’ il caso tipico dell’allenamento dell’attacco “forte” nel volley. Ricordando quanto detto prima, credo che per ottenere una buona efficacia nell’allenamento di questo colpo sia importante mantenere un intervallo tra ogni colpo non troppo breve ma neanche troppo lungo, diciamo tra i 5 e i 12 secondi, a seconda delle capacità dell’atleta nel valutare il risultato di ciascun colpo fatto.

Chiudo lanciando un’idea per un prossimo post. Nel volley, come in altri sport, non esiste solo la precisione "spaziale", intesa come mandare la palla dove vogliamo. C’è anche un'altra forma di precisione… la precisione “temporale”, cioè il colpire la palla quando vogliamo… ed è altrettanto importante.

P.S. Aggiungo i riferimenti bibliografici agli studi citati nel testo, se qualcuno ha voglia di spulciarseli…
(1) Fitts (1954). “The information capacity of the human motor system in controlling the amplitude of movement”. Journal of Experimental Psycology, 47, 381-391.
(2) Meyer, Abrams, Kornblum, Wright & Smith (1988). “Optimally in human motor performance: Ideal control of rapid aimed movements”. Psychological Review, 95, 3, 340-370.